giovedì 21 settembre 2017

Se il mondo è buio, si perderà la bellezza e governerà la paura

Contro chi erige, mediaticamente, i monumenti alla bruttezza, alla paura, al razzismo, all’accettazione passiva di ingiustizie e guerre, ma anche alle piccole azioni di stupidità e ferocia che appartengono a questa epoca.

I
Non divido il mondo sulla base generazionale o su forme simboliche del potere. Non m’importa se una mente brillante ha venti anni o ne ha novanta, se veste Prada o se indossa abiti comodi, secondo necessità. Non sono interessato allo status dell’amicizia o al vantaggio che potrei trarne nei cosiddetti salotti giusti. Né penso di poter insegnare qualcosa della mia esperienza agli altri, dall’alto di un pulpito, senza pensare che si possa imparare da chiunque s’incontra sulla via, dedicando all’attenzione per gli altri un valore alto e non formale (“L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità” cit. Simone Weil).
II
Però divido il mondo non solo tra oppressi e oppressori, ma anche, nel campo sempre più ampio degli oppressi di ogni categoria, tra chi fa dell’obbedienza la regola muta, ottusa e modaiola e chi ha in sé il coraggio della sovversione, del produrre pensiero e azione fuori dai luoghi comuni.
III
Non traggano in inganno le parole obbedienza e sovversione.  Da sole possono esprimere tante più cose: obbedienza come rigore nel coraggio e nella pratica di azioni che implicano forza d’animo e rispetto, per se stessi e per gli altri, è diversa da obbedienza citrulla e conformista. Così come un’idea di sovversione apparente, di trasgressione televisiva o scopiazzando Vip, sui binari del format già scritto, non ha niente a che vedere con la rivoluzione delle coscienze e delle menti che sottrae al giogo dell’epoca.
IV
Questa lunga premessa per rivendicare il diritto alle pure contraddizioni, allo spirito critico con il quale si attraversano le contraddizioni, il pane quotidiano per costruire pensiero eretico e libero. Che si sottragga alle regole già scritte e fallimentari dell’epoca e del potere. Scrivo fallimentari perché gli effetti su etica e giustizia sociale sono sotto gli occhi di tutti: di chi se ne avvantaggia e di chi, schiavo, non se ne rende conto neanche quando è travolto dagli effetti e vede vita e futuro in pericolo.
Il fallimento per tutti noi risiede nelle semplificazioni delle risposte già date, che annullano il fuoco della domanda, laddove si erigono i monumenti alla bruttezza del tempo, al razzismo, alla xenofobia, all’accettazione passiva delle ingiustizie e delle guerre, ma anche alle piccole azioni di stupidità e ferocia che appartengono a questa epoca. Il fallimento etico di tutti noi ha come contrappeso la vittoria schiacciante di un sistema che oggi si impone come immutabile. Talmente indiscutibile da sembrare emanazione divina. Che prevede il sacrificio di massa degli ideali di intere generazioni, spente nell’attesa di essere inseriti in un gioco di ruolo che mortifica e tiene in vita, nella trasformazione di vite in vite precarie, ricattabili, fragili.
V
Con una chiarezza incredibile ha detto Simone Weil, grande filosofa e mente sovversiva del Novecento, che gli oppressi di ogni tempo e luogo, umiliati e offesi, non sono in grado di interpretare il tempo e di agire per il cambiamento epocale: “Questo sentimento abita dentro di loro, ma giace così inarticolato che essi stessi non sono in grado di discernerlo”. Scrive Nicola Lagioia spiegando questo concetto: “L’esempio portato dalla Weil è quello del ladruncolo semianalfabeta che balbetta intimidito davanti al giudice, il quale, seduto comodo sopra il suo scranno, è pronto a colpirlo col maglio di una legge consustanziale al mondo che l’ha portato a errare. Se le vittime della violenza – anche di quella istituzionalizzata – non hanno voce, a propria volta, quasi immancabilmente, ‘i professionisti della parola sono del tutto incapaci di dargli espressione’ dal momento che i loro privilegi (i gerani della sovrastruttura) si fondano sullo stesso potere che è l’origine della violenza. Quando il ceto intellettuale sta difendendo pubblicamente gli ultimi, non sta forse, nove volte su dieci, lottando per ribadire la propria forza?”
VI
Utile ricordare che Simone Weil scriveva con una lucidità straordinaria tra le due guerre del Novecento (è morta nel 1943). Riflettendo sulla dipendenza dell’individuo dal lavoro sempre più specializzato che tende a diventare soggezione al potere. Da quegli anni a oggi, l’analisi di Weil è diventata una realtà talmente evidente e immutabile da essere considerata accettabile e indiscutibile. Niente più è a misura d’uomo, niente più agisce nell’etica del discorso pubblico, in cui l’uomo di parola ha un valore. La società è una collettività cieca, obbediente nel mantenere e aumentare i propri squilibri a proprio discapito, “una macchina per comprimere cuore e spirito e per fabbricare l’incoscienza”.
VII
Consideriamo quanto ha agito l’ottundimento delle coscienze attraverso i magheggi tecnologici che, annullando l’individualità a favore della massa, spengono ogni idea di collettività. Perché nel collettivo sono gli individui che si mettono in condivisione, creando insieme pensiero e azione. Mentre nel fraintendimento attuale è uno slogan che piomba sulla massa incosciente che condivide ciò che non capisce, servendo da semplice eco.
VIII
È proprio in questa divisione che opera una scelta di campo (“…scegliersi la parte dietro la Linea Gotica”). Il guardare il presente mettendo vantaggiosamente i propri talenti al servizio di questa incoscienza collettiva, oppure prendere le armi del pensiero e combattere questa confusione concettuale tra mezzo e fine, eretici e coraggiosi, col cuore e lo spirito, in difesa non del vantaggio immediato, muto e tiepido, ma sulla strada solitaria al momento e erta di difficoltà di un’etica della responsabilità. Che vuol dire, di un’etica che guarda al futuro dei nostri figli, che si interroghi sulla distruzione sistematica di questo futuro, sulla brutalità e ferocia che stanno lastricando il nostro domani. In cui il fine oggi è assente. Assorbito dal mezzo stesso dell’organizzazione sociale, dei mercati, della finanza, della globalizzazione, delle guerre utili a non costruire mai condizioni di pace, dalle forme del potere che ricordano la catena di montaggio in fabbrica, in cui ognuno agisce incoscientemente a ritmi infernali, a disposizione di una macchina che non ha coscienza. Una gigantesca macchina incomprensibile alla luce di qualunque riflessione filosofica, di fronte a qualunque forma di spiritualità che lega la coscienza dell’uomo al fine della propria esistenza.
IX
So anche che questo discorso sembra veramente pesante, e lo è. Cultura, storia della mentalità, etica. Filosofia, figuriamoci. Mentre il senso comune dominante ci spinge a due forme di accettazione: quella silente, rassegnata e sottomessa, seduta sul divano davanti al mostro televisivo, oppure quella scintillante che sembra piena di risorse intelligenti, ironica, sarcastica, con risata di sottofondo e giochino linguistico simpatico a sdrammatizzare, facendo vedere all’uditorio che si ride, ma avendo capito bene. Invece no: si ride, ci si diverte, divergendo dai problemi, come direbbe don Milani che sulla parola “divertimento” ha scritto pagine mirabili. E prendendo per i fondelli il potere, si gioca la partita della banalizzazione della critica, della risatella strappata per vizi di forma. Del darsi di gomito intellettuale all’amico per intendersi su qualcosa che attiene al conformismo della risposta.
X
Per esempio David Foster Wallace aveva previsto questa deriva: “ Chiunque abbia l’eretica sfacciataggine di chiedere a un ironista che cosa sostiene veramente finisce per sembrare una persona isterica o pedante. E in questo sta l’oppressione dell’ironia istituzionalizzata, di una rivolta troppo riuscita; la capacità di interdire la domanda senza occuparsi del suo oggetto, nel momento in cui viene esercitata, non è altro che dittatura”. Interdire la domanda senza occuparsi del suo soggetto, ecco uno dei punti sui quali è necessario tornare a interrogarsi.
XI
Poi c’è la storia, quell’insieme di avvenimenti, sentimenti, pensieri, mentalità che compongono il tempo in cui scorriamo. Siamo spettatori oppure protagonisti? La storia, la nostra memoria, ha radici solo nell’almanacco delle guerre e dei grandi uomini con armi in pugno, nelle discussioni segrete dei finanzieri o delle sette di potere oppure no? Al termine di tutti questi ragionamenti che potrebbero apparire pessimisti, io dico che non sono i potenti a fare la storia, non sono i leader o le bombe atomiche, ma sono gli uomini, i popoli, coloro che coltivano cultura e mettono radici nella memoria della conoscenza per far crescere piante di identità e sapienza. L’unica possibilità è un’etica della responsabilità che possa minare la finzione del potere, che possa ristabilire una mentalità che abbia come fine la sopravvivenza della specie e non di questa civiltà.
XII
Sembra impossibile, oggi come oggi. Ma ognuno può fare la sua parte (…ognuno ha la sua linea Gotica), piccola o grande che sia, di coerenza e coraggio. Controcorrente, anarchica, faticosa, lontano dai riflettori dei media, coltivando il terreno secco dell’etica e della cultura, per tenere accesa la possibilità che si riscostruiscano le condizioni per una fase rivoluzionaria nuova, che tenga al centro lo spirito del tempo, la coscienza del futuro e che sull’ingiustizia non si costruisce niente di sano, ma solo campi minati di sofferenza e paura, tempi oscuri per i nostri figli.
Chi crea morte, sofferenza schiavitù sembra sempre destinato a dominare. Ma proprio quella storia che abbiamo studiato, piena zeppa di informazioni sulle date delle guerre e su personaggi importanti ci ha dimostrato che non è così. C’è qualcosa di più. Ci siamo tutti noi, che mentre leggiamo, camminiamo, decidiamo, difendiamo un albero da un abbattimento o un indifeso da un sopruso, facciamo la storia. Mentre lavoriamo, ragioniamo, portiamo testimonianza del nostro essere.

(“Se il mondo è buio, si perderà la bellezza, nessuno vi penserà, governerà la paura. La bellezza è il contrario esatto della paura”. Cit. L. Caminiti).

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