Privacy Policy
mercoledì 13 Novembre 2019

Catalunya, voglia di secessione ed Europa spezzatino

La Consulta spagnola boccia il referendum sull’indipendenza della Catalogna, ma Barcellona approva la “legge di rottura”, la norma che regola l’iter giuridico per la secessione. Rischio istituzionale in Spagna e rischio di una Europa spezzatino

L’11 settembre, la Diada, la festa catalana che dal 2012 viene celebrata con manifestazioni oceaniche piene di bandiere repubblicane. Festa o dramma nell’ora dei muscoli?

Madrid stoppa Barcellona. Barcellona rilancia
La Corte costituzionale spagnola sospende il decreto che convoca la consultazione popolare il primo ottobre, ma il Parlamento catalano rilancia, e vara la norma che regola l’iter giuridico per la secessione. Botta e risposta a raffica.
Mercoledì 6, a legge del Parlamento catalano che convoca il referendum sull’indipendenza della regione per il primo ottobre. Giovedì 7, come prevedibile, la Corte costituzionale spagnola sospende tutto con un provvedimento d’urgenza. La Generalitat de Catalunya, però, non arretra e conferma l’intenzione di celebrare la consultazione popolare. Di più: poche ore dopo il pronunciamento dell’Alta corte di Madrid, il Parlamento di Barcellona vota a maggioranza una nuova legge “di rottura”, che regole il processo di secessione e che entrerà in vigore laddove il primo ottobre a vincere fosse il Sì.

Colpo di Stato istituzionale?
Istituzioni democratiche spagnole a rischio. L’Alta corte, nel decreto di sospensione del referendum, ha intimato ai 62 alti funzionari della Generalitat di non prendere parte in alcun modo alla organizzazione del referendum. Stessa prescrizione per i 947 sindaci catalani, chiamati ad allestire i seggi per permettere che la consultazione del primo ottobre abbia luogo. Una comunicazione personale, a ribadire la perentorietà del divieto. Disobbedire è farsi fuorilegge.
La contromossa di Barcellona ad aggravare il pasticcio istituzionale. Il Parlamento catalano stabilisce le norme che regoleranno la transizione giuridica e la fondazione della repubblica catalana: insomma le linee guida da seguire per mettere davvero in atto la secessione, se il primo ottobre il fronte indipendentista ottenesse la maggioranza dei voti.

Gravissima frattura statale
Il comandante dei Mossos d’Esquadra ha ricevuto l’ordine di reprimere qualunque preparativo del referendum indetto per il primo ottobre e considerato illegale dalla Spagna. I poliziotti simbolo (non sempre positivo) delle indagini degli attentati di agosto e orgoglio del governo di Barcellona a quali ordini obbedire? A quelli del suo esecutivo o a quelli della legge dello Stato? Le sentenze della Corte costituzionale che cancellano le leggi catalane, sono pubblicate sulla gazzetta ufficiale e sono quindi esecutive: da questo momento chi trasgredisce è fuori dalla legge.
La magistratura si è già mossa, ormai non si contano più indagini e denunce. I politici che firmano atti illegali sono avvisati, i sindaci che vogliano cedere locali comunali per la votazione anche (Barcellona è orientata a negarli). Ma anche i volontari che si sono proposti per aiutare la causa (a ieri erano più di 24.000) rischiano.

La sfida della Generalitat
A Barcellona, una domanda chiave: «Il presidente della Generalitat andrà in galera?». A leggere le accuse mosse dalla procura non si può escludere: Carles Puigdemont, tra le varie cose, è indagato per malversazione di fondi pubblici, per aver utilizzato, secondo la tesi, soldi dello Stato per organizzare il referendum (per esempio con spot televisivi e internet dedicati alla consultazione). Ma la foto del «president» in carcere appare una mossa che Madrid farebbe meglio ad evitare.
Componenti ‘sovraniste’ spagnole premono: «Colpo di Stato», «dittatura», «Catalogna fuori dallo Stato di diritto», si sente ripetere da ministri ed esponenti dello stesso Partito Popolare del premier Rayoi. L’incubo della violenza col fantasma degli anni terribili con gli anni terribili del separatismo dei Paesi Baschi.

L’Europa spezzatino dei secessionismi

In Europa non sono mai mancati i movimenti secessionisti e indipendentisti, ma negli ultimi anni sembrano aver preso particolare vigore, soprattutto in alcuni paesi. Stiamo parlando di qualcosa di più solido della ormai tramontate invenzioni della Padania di Bossi. Ora vale il fascio leghismo di Salvini, che è minaccia di altra natura.
Anni fa lo studio d’architettura austro-olandese TD ha immaginato per Mark Magazine l’aspetto che avrebbe l’Europa se ogni movimento secessionista dovesse avere successo. In questo scenario, gli stati che non subirebbero mutamenti di confine si potrebbero contare sulle dita di una mano, mentre tutti gli altri paesi verrebbero divisi in due o più parti, nella maggior parte dei casi lungo linee linguistiche o regionali.
Utile ricordare che nella storia del separatismo europeo ci sono stati momenti e movimenti anche violenti, Irlandesi del nord, Baschi, Corsi, Sudtirolesi.

Tante piccole Patrie
Fuori dalla casa comune europea, l’indipendentismo è ancora bagnato di sangue, come dimostrano la guerra in Ucraina, la Crimea, l’ex Jugoslavia. Ma quali e quante sono le «piccole patrie» che cercano di affermarsi sotto l’ombrello europeo? Un elenco, Paese per Paese, certamente incompleto.

Gran Bretagna. Gli indipendentisti scozzesi dello Scottish National Party sono i più agguerriti e dispongono di una maggioranza nel parlamento nazionale. Un distacco della Catalogna dalla Spagna, o un voto britannico per uscire dall’Ue, riaprirebbero la questione.
Galles. Gli indipendentisti sono meno numerosi e meno radicali che in Scozia. Ma se Edimburgo dovesse lasciare il Regno Unito, anche Cardiff potrebbe essere tentata.

Francia, la nazione che ha inventato lo stato unitario e lo ha imposto nel corso dei secoli è percorsa da numerose rivendicazioni indipendentiste. I più determinati sono i corsi, che però hanno perso un referendum nel 2003. Indipendentisti sono presenti in Bretagna, Alsazia e nella Francia del sud dove rivendicano l’autonomia dell’antica Occitania.

Belgio. Gli indipendentisti fiamminghi sono il partito di maggioranza nel Nord del Paese. A differenza dell’estrema destra del Vlaams Blok, sono convinti filo-europei. Sotto la spinta dell’autonomismo fiammingo, il Belgio si è trasformato da Stato unitario in monarchia confederale e, infine, in Stato federale.

Germania. Stato federale, con larghissimi margini di autonomia dei vari Lander. Questo ha mitigato le spinte indipendentiste. Tuttavia in Baviera c’è una piccolo partito, il Bayern Partei, che dal ‘46 chiede l’indipendenza, che ha una maggioranza cattolica e un’antica tradizione di sovranità.

Polonia. La Slesia, annessa alla Polonia dopo la guerra, faceva parte della Germania e l’influenza tedesca è ancora fortemente sentita, nonostante la pulizia etnica che ha costretto milioni di tedeschi a lasciare le loro terre nell’immediato dopoguerra.

Finlandia. Le isole Aaland, sotto sovranità finlandese, sono abitate da una popolazione di lingua svedese. Hanno ottenuto uno statuto di speciale autonomia nel 1991. Ma da sempre gli abitanti coltivano il sogno di una piena indipendenza, sia pure sotto l’ombrello europeo.

Potrebbe piacerti anche