• 26 Febbraio 2020

Le paure di Israele che arrivano dalla Siria

Deir ez-Zour, l’ultima roccaforte del Califfato nell’est della Siria. Sono stati così liberati oltre 5 mila soldati di Assad, asserragliati nel vicino aeroporto militare, ormai allo stremo delle forze, che venivano regolarmente riforniti con un ponte aereo organizzato dall’aviazione di Mosca. Gli stessi russi hanno avuto un peso decisivo nell’attacco, sostenendolo con ripetuti strike aerei, bombardamenti di missili da crociera ‘Kalibr’ e l’utilizzo di elicotteri d’assalto.

Ma lo sforzo maggiore dell’offensiva è ricaduto sulle spalle di due brigate di Hezbollah che appoggiano l’esercito di Damasco. ll pieno successo del piano elaborato con la supervisione di Mosca (e di Teheran) ha consentito ad Assad di tornare in possesso dei pozzi petroliferi esistenti nella zona, che costituivano una cospicua forma di finanziamento. Così come gli stessi guerriglieri sciiti libanesi sono stati fondamentali nella ”Battaglia dei Monti Qalamoun”, a ridosso del Golan israeliano.

Anzi, non senza una punta di veleno, fonti di Gerusalemme hanno fatto sapere che proprio quell’operazione ha visto la partecipazione ”coordinata” di gruppi d’assalto americani e britannici che, assieme ai siriani e ai governativi libanesi, hanno liquidato le forze dell’Isis nella regione. Naturalmente, aggiungono gli analisti israeliani, cinque anni di operazioni condotte fianco a fianco con i siriani, i russi e l’US Army hanno aumentato notevolmente l’esperienza tattica e strategica di Hezbollah sul campo.

Insomma, i guerriglieri sciiti dello sceicco Nasrallah sembrano essere ridiventati il nemico pubblico numero uno di Gerusalemme, anche perché vengono visti come la longa manus degli ayatollah di Teheran. Sembra questo il motivo per il quale Netanyahu ha ordinato le più imponenti esercitazioni militari dell’esercito israeliano (IDF), da diciannove anni a questa parte, a ridosso con il Libano.
I servizi segreti israeliani temono infatti una “ricaduta” sul loro Paese delle rinnovate potenzialità belliche di Hezbollah. Il Partito di Dio della Bekaa avrebbe ormai nel suo arsenale carri armati, “droni” e una formidabile riserva di razzi e missili a breve gittata (“Debka” azzarda addirittura la cifra di 100 mila pezzi).

Secondo quanto si è saputo, nell’imponente operazione sono impiegate decine di migliaia di uomini: reparti operativi, riservisti, commandos e unità di intelligence. Viene simulata la penetrazione in profondità del nemico lungo due direttrici, che dal Libano puntano verso Kyryat Shemona in Galilea e verso Zarit-Shetula.
Il primo obiettivo delle forze di reazione rapida israeliane è arrestare qualsiasi sfondamento.
Il secondo, aggiungono gli Alti comandi di Gerusalemme, è quello “di distruggere il nemico sul posto impedendogli di ritirarsi”.

Brucia ancora l’esito dell’ultima (tentata) invasione del Libano nel 2006, quando le IDF furono costrette a ritirarsi con la coda tra le gambe da Hezbollah. L’errore? Troppa fiducia negli attacchi aerei e scarso e tardivo impiego delle forze di terra. Questa volta, sibilano sicuri a Tel Aviv, sarà diverso.

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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