domenica 19 novembre 2017

Perché Macron è in caduta libera

Osservatore attento di mestiere, Juan Danton, parigino, ragiona con noi sui tre mesi di presidenza Macron e sul sorprendente crollo dei consensi attorno al giovane presidente. Analisi e dettagli sugli errori più clamorosi e su quelli meno noti. Quasi un atto d’accusa, se il nostro narratore esercitasse il mestiere di inquirente. Chiamiamoli ‘elementi indiziari’ di un insuccesso a sorpresa. In attesa di verifiche autunnali che si preannunciano severe e difficili.

Il minimo storico per un presidente neo eletto. Così dicono tutti i sondaggi sulla popolarità del Presidente francese, quello che a primavera sembrava il fenomeno, il vento nuovo in Francia e in Europa, la speranza di una politica giovane e dinamica. Oggi, secondo un sondaggio ripreso anche dalla BBC, la percentuale degli elettori soddisfatti del neo presidente è del 40.%: un po’ pochini ad appena tre mesi dalle elezioni.

Cosa è successo ?
Alcuni errori erano evitabili e sono stati davvero imperdonabili.
I propositi di un taglio al bilancio della difesa, comunicati alla stampa prima di essere discussi col Capo di Stato maggiore, hanno provocato le dimissioni di quest’ultimo, un fatto inaudito dai tempi – addirittura – della guerra di Algeria.
Gli annunci di riforme in campo economico e finanziario che tali sono per lo più rimasti, col risultato che hanno fatto infuriare l’opposizione sociale senza aver conseguito, ad oggi, alcun visibile risultato nella riduzione della spesa pubblica.

La politica estera del Presidente che sembra non avere una bussola: colui che si era dichiarato europeista ad oltranza, l’unica politica che sta perseguendo in seno all’Unione è il vecchio e inossidabile asse Parigi-Berlino, accompagnato da dichiarazioni poco diplomatiche nei confronti di altri paesi: definire pubblicamente la Polonia come un membro sostanzialmente ai margini dell’Unione non porta alcun vantaggio e, nella fattispecie, ha provocato addirittura la convocazione urgente dell’ambasciatore francese a Varsavia per una nota di protesta. Cose mai viste e francamente imbarazzanti.

Nessuno ha capito, specie all’estero, il perché dello strombazzato invito a Trump e consorte alla sfilata del 14 luglio, quasi che un fois gras e qualche bottiglia di champagne sulla Tour Eiffel avessero il dono di addolcire le intemperanze del Donald. Risultato, anche qui, nessuno.
In Africa, poi, meglio stendere un velo pietoso, dalla improvvisata “conferenza di pace” tra i due capi bastone libici (un fiasco totale, almeno per ora), alle missioni in Tchad e Mail, che continuano con grande esborso di denaro pubblico al fine non di proteggere quelle stremate popolazioni, quanto di tutelare gli enormi interessi minerari e petroliferi della Francia in quella sfortunate terre.

L’innovatore ed il liberale in economia, per contrastare il controllo acquisito (del tutto legittimamente) da Fincantieri sul principale costruttore francese di navi si è avvalso del più vetusto, tradizionale ed autoritario degli strumenti: la nazionalizzazione, roba da Cominform, a tacere della assai dubbia legittimità comunitaria di un tale atto di forza.
Intanto all’orizzonte si profilano scontri sull’annunciata riforma del diritto del lavoro, i cui contenuti sono al momento poco noti e della quale viene contestato il metodo, basato su una ampissima delega legislativa (di per sé contestata).

L’idea di accantonare lo stato di emergenza che da troppo tempo viene prorogato era stata accolta con favore: peccato che le norme emergenziali siano state tutte riportate, indurite, nel progetto di legge in discussione al Parlamento, secondo il quale molti poteri verranno sottratti al giudice per essere affidati interamente ai prefetti ed al Ministro dell’interno: qualcosa che assomiglia molto ad uno stato di polizia, ciò che sembra confermare il vecchio detto secondo il quale le norme straordinarie hanno la buffa abitudine di diventare ordinarie: anche qui, da un liberale dichiarato ci si sarebbe aspettato qualcosa di diverso e di meno liberticida.
Il Governo appare debole, a volte confuso e al suo interno le persone, certamente degne, prive però di qualsivoglia esperienza politica sono davvero troppe.

Per non parlare della maggioranza parlamentare che è sì bulgara, ma è anch’essa priva di esperienza ad ogni livello e viene spesso derisa dai colleghi di minoranza, ben più navigati.
Vi sono poi una serie di piccole storie, magari un po’ amplificate dai maligni, ma che causano prurito fra molti elettori del giovane Presidente: una moglie onnipresente, in un Paese che era abituato ad immaginare, più che a vedere, le mogli di Chirac e di De Gaulle e che già aveva mal sopportato il presenzialismo dell’ “italienne” Carla Bruni a fianco di Sarkozy; il tentativo, per ora abortito, di dare un ruolo istituzionale (ed un proprio budget) alla “première dame”, roba da House of Cards; i 26.000 euro che pare siano stati spesi per curare l’immagine fisica del Presidente; ora anche un cane all’Eliseo che si fa fotografare tra le gambe della guardia d’onore … Tutte americanate che qui non sempre sono apprezzate.

Ma al di là di questi pur significativi errori nell’azione di governo di Macron, ciò che sembra emergere con grande evidenza è la mancanza di una vera base sociale e politica per il suo movimento e quindi per la sua presidenza.
Eletto più per mancanza di avversari credibili che per meriti propri (che pure c’erano), Macron oggi sconta una certa arroganza post elettorale, quell’idea di cambiare tutto mettendo a soqquadro il quadro economico, politico e sociale in un colpo solo, impresa ardua dopo le rivoluzioni, figuriamoci dopo elezioni che, con il sistema rigorosamente maggioritario vigente in Francia, fanno vincere tutta la posta anche con il 40.% scarso dei voti.

Sarebbe stato necessario un approccio più cauto e graduale ai problemi, una capacità inclusiva che ad oggi sembra essere mancata. Così oggi quel consenso trasversale ed ottimista che pure lo aveva sostenuto sembra venire meno e la grande stampa, anche quella che era dichiaratamente macronista prima del voto, pare prendere decisamente le distanze: Le Monde, nel numero del 29 agosto, dedica quattro intere pagine alle difficoltà che “all’Eliseo sono solo agli inizi”; e il sempre informato Journal du Dimanche di domenica 27 designa addirittura una possibile sfidante per il 2022, il sindaco di Parigi Anne Hidalgo, cui dedica intervista e foto.

Campanelli di allarme della borghesia francese al suo (ex ?) pupillo o segnali di un distacco tanto precoce quanto tranciante ?
L’autunno sarà cruciale per capire se il giovane Macron è capace a condurre davvero il Paese o se avremo un altro quinquennio pallido e litigioso.  Trarre conclusioni è certo prematuro, tenere desta la guardia doveroso.

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