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mercoledì 16 Ottobre 2019

Corea, pericolo reale o mercatino sul conto dell’accordo?

A forze di gridate ‘al lupo al lupo’, alla fine della favola, nessuno crede più al lupo Corea che ci mangia. E nessuno crede neppure all’altro commediante che minaccia, a nome di ‘noi’ occidente, di mangiarci in un boccone la Corea cattiva. Oppure, più semplicemente, quel lupo ce lo ‘compriamo’ chiudendolo in una gabbia dorata. Terza opzione buona per Piero Orteca, dopo aver eliminato la prime due per impossibilità tecnica (la prima), e per troppi rischi connessi (la seconda). Perché il giovane Kim sarà tutto quello che volete, ma scemo non è.

Cominciamo dalla fine. La “rappresaglia” di Seul, che ha lanciato, durante un’esercitazione, otto bombe d’aereo (le vecchie Mk 84) ai confini con la Corea del Nord, per rispondere al missile balistico spedito ieri a sorvolare le teste dei giapponesi, è semplicemente patetica. Anzi, pericolosissima. Non fa spaventare proprio nessuno e fa il gioco di Kim Jong-Un, che mira solo a tirare la corda per alzare la posta e ottenere il massimo. Sottobanco.
Perché Trump, i giapponesi e tutto il resto della compagnia, non ammetteranno mai che stanno studiando il modo di calarsi le braghe senza perdere la faccia. Nell’attesa che qualcuno (i servizi segreti cinesi?) gli risolva la pratica, facendo fare al delirante dittatore nordcoreano la fine di Caligola. Punto. Tutto il resto è velenoso cabaret.

Gli analisti più avveduti ritengono che il razzo spedito da Kim sia solo una provocazione. Lui sa che esistono delle procedure d’allarme che potrebbero fare andare in tilt un Paese, come è quasi successo ieri col Giappone, e gioca su questo. Logora i nervi dei nemici che si è fabbricato a tavolino e li terrorizza per ricattarli. Il missile utilizzato per la “sparata” (è il caso di dirlo) è un IRBM (medio raggio) lanciato dai pressi dell’aeroporto internazionale di Sunan.
Tipo di vettore, traiettoria ed esiti (è caduto in mare) depongono per quanto diciamo: una provocazione e basta. Il problema è che quando si gioca d’azzardo a chiunque può scivolare la mano sul grilletto. Non solo ai capi in testa, ma anche ai sottoposti “più realisti del re”.

Si chiama “rottura della catena di comando”. Un evento che si stava già verificando a Cuba nel 1962, durante la crisi nucleare, quando Kruscev dava direttive e i militari sovietici camminavano per conto loro. Tutte le opzioni sono sul tavolo, tuona Trump. Beh, i piani d’attacco preventivo Usa (convenzionale, sia chiaro) esistono da lunga pezza (li ha rivelati con dovizia di particolari “Stratfor”), ma sono ad altissimo rischio.
Gli americani userebbero i bombardieri B-2 (con le superbombe da 14 tonnellate), i caccia da strike F-22 e i missili da crociera “Tomahawk” (ne sparerebbero la bellezza di 600).

Bersaglio: in primis le piattaforme di lancio dei missili che imbarcano le atomiche. E qui sta l’inghippo. Pyongyang usa circa 200 piattaforme di lancio mobili, autocarrate, nascoste in tutto il Paese e che si spostano continuamente per sfuggire ai satelliti-spia. Quindi, o li becchi tutti al primo colpo o i giapponesi e i sudcoreani sono fritti: una bomba atomica sulla testa non gliela toglie nessuno. Magari sganciata da un aereo sfuggito al primo “strike”.
Capito perché attaccare ora è un rischio insostenibile? Bisognava pensarci dieci anni fa, quando l’azzeramento delle forze nucleari dei Kim sarebbe stato sicuro e senza rappresaglie.

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