domenica 21 luglio 2019

Rohingya, il popolo senza patria che puoi sterminare

Myanmar, ex Birmania, l’esercito spara sui profughi Rohingya
Le forze armate birmane hanno aperto il fuoco con mitragliatrici e mortai su migliaia di profughi Rohingya ammassati vicino al valico di frontiera di Ghumdhum da dove cercavano di entrare in Bangladesh.
Il popolo più perseguitato del pianeta.

Colpi di artiglieria, granate di mortaio e raffiche di mitragliatrici pesanti su gente disarmata e in fuga. Per l’esercito birmano, soltanto bersagli. Famiglie in fuga dagli scontri fra l’esercito del Myanmar e gruppi di ribelli Rohingya, formati dopo anni di inumane persecuzioni.
Un giornalista dell’Afp conferma la dura rappresaglia dei governativi in risposta all’attacco portato giovedì contro la polizia da miliziani della minoranza musulmana. Prese di mira le persone ammassate al confine con il Bangladesh in cerca di salvezza.
I Rohingya considerati come degli stranieri e privi di accesso al mercato del lavoro e ai servizi pubblici, rimangono ancora senza patria sebbene alcuni risiedano nel Myanmar da generazioni.

Il fiume Naf segna il confine tra il Myanmar e il Bangladesh. Da lì stanno cercando di passare le migliaia di Rohingya in fuga dal Paese il cui governo ha ordinato all’esercito di sparare. E nei pressi del valico di frontiera di Ghundhum dove i civili sono intrappolati da venerdì i militari hanno utilizzato mortai e mitragliatrici uccidendo 98 persone.
Tra le storia dell’orrore di infelici in fuga da guerra e fame, quella del popolo che alla fame e alla guerra deve aggiungere il fatto del ‘non esistere’, almeno ufficialmente, cittadini senza città e senza stato, non cittadini, esseri umani senza diritti col solo dovere di provare a sopravvivere.
Sul loro futuro è in corso a Dacca un negoziato tra i due Paesi. Il Papa durante l’Angelus domenicale aveva chiesto ai fedeli di non dimenticare il popolo Rohingya per il quale chiede il rispetto dei diritti umani.

Il silenzio della premio Nobel

Aung San Suu Kyi, le vera leader oggi del Myanmar, Premio Nobel per la pace nel 1991, da sempre attiva nella difesa dei diritti umani nel suo Paese, oppresso da una rigida dittatura militare, oggi, fatta ministro degli esteri, tace. Non ha speso un parola per i Rohingya e le loro persecuzioni, non ha attuato o promosso alcuna politica di tutela nei loro confronti. Aung San Suu Ky ha però criticato gli assalti dei Rohingya alle sedi delle forze dell’ordine senza mai menzionare le azioni durissime dell’esercito. Per questo la leader de facto del Paese – simbolo della lotta per la democrazia e oggi alla guida di una debolissima transizione democratica – è stata fortemente criticata da un pool di Nobel per la Pace, tra cui Malala e Desmond Tutu che l’hanno accusata di tacere sulla pulizia etnica in corso.

Pulizia etnica

Una delle minoranze più perseguitate al mondo: musulmani in una Birmania a maggioranza buddhista, sono poco meno di un milione su una popolazione totale di 50. La maggior parte di loro vive nello stato di Rakhine e sono in Birmania da generazioni anche se sono originari del vicino Bangladesh. Nel 1982 la giunta militare li priva della cittadinanza (perché li accusa di essere arrivati dopo 1823, inizio della colonizzazione britannica).
I Rohingya sostengono invece si essere discendenti dei mercanti musulmani che secoli prima entravano in Birmania per motivi commerciali. Ancora oggi senza cittadinanza i Rohingya non hanno diritto di voto, hanno grossi limiti nell’accesso all’istruzione, alla sanità, alla proprietà, e ricevono spesso solo un’istruzione religiosa che li rende terreno facile per il fondamentalismo.

Anche preoccupazioni Usa
Già nel 2012 un’ondata di violenze aveva lasciato sul terreno 160 morti e imposto la creazione di 67 campi per accogliere i 120.00 sfollati. Apolidi, anche se alcuni vivono in Birmania da generazioni, formano una casta «invisibile». Almeno 72.000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Nemmeno la fine, dopo 49 anni, della dittatura militare con l’insediamento nel marzo 2016 di un governo guidato dal premio Nobel per la pace ma la supervisione dei generali su alcuni settori, ha portato a un allentamento della repressione nei confronti dei Rohingya.
Sulla vicenda sono intervenuti persino gli Stati Uniti, che hanno invitato le forze di sicurezza birmane a rispettare il ruolo della legge e a proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali e non a colpi di mortaio e raffiche di mitraglia su dei civili.

 

CATTIVI PENSIERI
di Mimmo Lombezzi

 

 

 

 

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