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martedì 19 20 Novembre19

L’exit che in GB adesso fa paura

Bruxelles, terza tornata di negoziati sulla Brexit, senza grandi attese. L’UE, non spera in un accordo sulla cifra concreta che il Regno Unito dovrà pagare per lasciare ma vuole garanzie per gli impegni assunti dai britannici per il bilancio a 28. Londra chiede “flessibilità e volontà di compromesso”, visti i troppi problemi in casa propria. Le incertezze politiche ed economiche britanniche.

A luglio sapevamo su cosa Gran Bretagna e Unione europea concordavano e su quali non andavano affatto d’accordo. E lì siamo rimasti. Ed è la Gran Bretagna a presentarsi all’appuntamento con la Commissione con le idee confuse. Anzi, con una pila di carte che dovrebbero definire la linea strategica del Regno. Sette ‘position papers’ sul divorzio anglo-europeo. Oltre le dosi da cavallo di retorica per le masse euroscettiche -rileva il Sole24ore- si intravvede una ragionevole marcia indietro. Sette ‘papers’, documenti sui capitoli centrali del negoziato – dall’unione doganale, al tribolato confine fra Ulster e Irlanda, dai diritti dei cittadini Ue, agli standard commerciali, dalle competenze delle corti europee e nazionali, alla protezione dei dati. Posizioni ancora vaghe, ma per la prima volta, senza i ripetuti slogan di Downing street.

La corte di giustizia europea
Il caso più significativo non è il pubblicizzato proclama sull’assenza di visti per i viaggiatori Ue. L’autolesionismo britannico non poteva certo arrivare a tanto. Pesa invece l’equivoco sulla Corte di giustizia. La premier Theresa May insiste nel dire che Londra si sottrarrà al ‘controllo diretto’ della Corte europea di giustizia. Rileva Dan Roberts sul Guardian: quel “diretto” implica che c’è spazio per un controllo indiretto.
E già si ipotizza che potrebbe essere l’Efta a dare l’assetto istituzionale entro cui Londra proporrà corti internazionali per eventuali arbitrati anglo-europei. E quindi la presunta sovranità assoluta che gli euroscettici rivendicavano al Regno dovrà rassegnarsi a inevitabili interferenze europee.

Il ricatto irlandese
La Gran Bretagna vorrebbe muovere verso un nuovo equilibrio di diritti e doveri nel periodo di interim che potrebbe scattare dopo il marzo 2019, ma Bruxelles irremovibile insiste: prima si saldano i conti, concordando le modalità di calcolo delle spettanze ai ‘divorziandi’, si risolve il destino dei cittadini Ue, si definiscono i rapporti di confine anglo-irlandese. Dopo, solo dopo, si parlerà delle nuove relazioni.
Londra cerca di legare l’abbattimento delle frontiere fra Belfast e Dublino, pietra angolare della pace in Irlanda del Nord, alle future intese commerciali fra Regno Unito e Ue. Ricatto sulla pace, che l’Ue non gradisce affatto.

Sempre più debole Theresa
Theresa May dicono sperasse che le elezioni tedesche proponessero una Germania più flessibile, ma il tempo non la favorisce. Improbabile chiudere in ottobre il ‘saldo delle spettanze’, mentre si avvicina la deadline del marzo 2019. Questo mentre il rallentamento economico di casa si aggrava. Il Pil più debole del G7, consumi che frenano, la sterlina fragile, bilancia commerciale in forte disavanzo, grandi imprese che prevedono per il 2018, utili dimezzati. Una stretta economiche che si alimenta anche della incertezza diffusa.
Non ci sono motivi di ottimismo oltre Manica. Sempre da il Sole24Ore, «Più passa il tempo, più l’orizzonte s’appanna, più il declino si consolida». Vero è che in casa britannica, i pentiti della Brexit si moltiplicano.

Il partito laburista
L’opposizione guidata da Jeremy Corbyn, è favorevole alla permanenza del Regno Unito nel mercato unico e nell’unione doganale almeno «per un periodo transitorio» dopo l’uscita di Londra dall’Ue. Il Labour ha definito il piano dei Conservatori – lasciare il mercato unico subito dopo marzo 2019, quando la Gb abbandonerà l’Unione – «non necessario» e «molto rischioso». Labour aperto alla possibilità che la Gb resti permanentemente nel mercato unico e nell’unione doganale europea.
L’inversione di marcia del Labour crea una netta divisione tra i due partiti e accentua i contrasti interni al partito conservatore tra sostenitori di una Brexit “dura” e “morbida”. Primi effetti della paura in casa imprenditoriale: le esportazioni tedesche in Gran Bretagna sono calate del 3% nel primo semestre 2017, mentre l’export verso il resto della Ue è aumentato del 6 per cento.

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