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giovedì 19 Settembre 2019

Golan, Israele tratta con i russi

Incontri segreti tra Israele, Russia e Usa sulle zona di riduzione della tensione nel sud della Siria. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, non risolta la questione della presenza di forze filo-iraniane nella zona. Netanyahu e la temuta ‘libanizzazione’ della Siria da parte di iraniani ed Hezbollah sciiti.

Netanyahu ha messo in guardia Putin. Dopo un “franco” (termine che nel diplomatichese significa “duro”) colloquio durato tre ore a Sochi, sul Mar Nero, il primo ministro israeliano ha avvisato il leader russo: Gerusalemme non tollererà ulteriori “straripamenti” delle forze iraniane in Siria. In particolare, gli israeliani sono decisi a impedire quella che chiamiamo la “libanizzazione” del turbolento vicino martoriato dalla guerra civile. Nentanyahu ha fatto un preciso riferimento alla presenza sempre più massiccia delle Guardie Rivoluzionarie di Teheran e, soprattutto, di Hezbollah.

Argomenti che sarebbero stati ampiamente illustrati a diverse Cancellerie nelle settimane scorse dai direttori del Mossad (Yossie Coohen) e dello Shin Bet, i servizi segreti di Gerualemme. Che hanno lanciato avvertimenti (o minacce, fate voi) a 360 gradi. Ma Trump, per esempio, non pare aver capito l’antifona. Netanyahu, alla fine dell’incontro, ha indorato la pillola, ribadendo che i precedenti vertici con Putin hanno sempre avuto ricadute positive per i due Paesi. In questo caso gli israeliani si aspettano che il Cremlino temperi l’ostile presenza sciita “in una regione fondamentalmente sunnita”.

Come sembra logico, le preoccupazioni israeliane sono rivolte a salvaguardare la stabilità dell’area vicino al Golan. Ma perché Netanyahu adesso bussa alla porta del Cremlino dopo che gli americani gli hanno risposto picche? Gli analisti sostengono che in questa fase la Cassa Bianca è tutta presa dalle magagne sul fronte interno e, quindi, trascura un poco (assai) la politica estera. In ogni caso (si dice) il Presidente Trump, a parte la guerra all’Isis, non intende sparare nemmeno un petardo in Siria. E poi, aggiungono i bene informati, l’Amministrazione repubblicana intende rispettare pure i dettagli del patto siglato col Cremlino.

Per la verità, anche la Giordania aveva manifestato le stesse preoccupazioni di Gerusalemme. Ma anche in questo caso le proteste sono state rispedite al mittente. Lo ha fatto personalmente (e autorevolmente) lo stesso capo del Pentagono, James Mattis, recandosi ad Amman per cercare di ammansire un sempre più perplesso re Abdullah. In effetti, chiariscono gli esperti di cose strategiche, negli ultimi giorni l’asse Assad-Iran-Hezbollah ci ha dato sotto, attaccando con violenza a Deir ez-Zour (est), Sweida (sud-est), Hama (Siria centrale) e su Monti Qalamoun, lungo la frontiera col Libano.

A Sweida, sciiti e governativi sono praticamente arrivati a pochi metri dalla Giordania, aggirando la zona-cuscinetto di Daraa. Mentre a ridosso del Golan si sono praticamente liquefatti i gruppi di ribelli anti-Assad di estrazione non jihadista. Ora, dopo la gelida risposta Usa alle richieste di Netanyahu, bisognerà vedere se Putin farà qualche passo per tranquillizzare gli israeliani. Astuto e scafato com’è il leader russo, statene certi, s’inventerà qualcosa per ingraziarsi anche Gerusalemme.

 

 
 

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