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lunedì 20 Gennaio 2020

Regeni ucciso dai servizi egiziani, rivelazioni Usa e smentite

Regeni, il New York Times: «Ucciso dai servizi egiziani. L’Italia ebbe le prove dagli Usa». Palazzo Chigi smentisce. Secondo il quotidiano, la Casa Bianca diede al governo italiano «prove esplosive» e, pur non rivelando tutto per non bruciare le proprie fonti, diede per certo che leadership egiziana sapeva tutto. Smentita del governo: «Dagli Usa nessun elemento di fatto»

Giulio Regeni è stato rapito, torturato e ucciso da ufficiali della sicurezza egiziana. Una certezza che gli Usa avrebbero acquisito dall’intelligence nelle settimane successive al ritrovamento del corpo martoriato del ricercatore italiano al Cairo. Lo scrive in un lungo articolo del New York Times Magazine, Declan Walsh, il giornalista che dal Cairo aveva seguito tutte le prime fasi dell’inchiesta sull’omicidio. La nuove rivelazioni da tre diverse fonti dall’amministrazione Obama: Washington aveva ottenuto «prove incontrovertibili sulla responsabilità egiziana», «non c’era alcun dubbio».

Da Palazzo Chigi però, su questo particolare decisivo, la sostanza probatorio dell’accusa, una smentita secca. «Nei contatti tra amministrazione USA e governo italiano avvenuti nei mesi successivi all’omicidio di Regeni non furono mai trasmessi elementi di fatto, come ricorda tra l’altro lo stesso giornalista del New York Times, né tantomeno ‘prove esplosive’». Come dire che un conto sono i contesti credibili e le convinzioni, altro conto sono le prove. Insomma, il governo, dopo la decisione forse mal gestita del nuovo ambasciatore italiano a Il Cairo, cerca di calmare le acque di questo pasticcio ferragostano che lo sta mettendo in serie difficoltà.

Secondo il giornalista americano, «le informazioni sulle responsabilità di “alti papaveri” egiziani nella morte di Giulio Regeni vennero passate al governo Renzi su raccomandazione del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca. Ma per evitare di svelare l’identità della fonte non furono passate le prove così come erano, né fu detto quale degli apparati di sicurezza egiziani si riteneva fosse dietro l’omicidio».
Altre fonti sempre citate dal New York Times affermano: «Non è chiaro chi avesse dato l’ordine di rapire e, presumibilmente, quello di uccidere Regeni», ma quello che gli americani sapevano per certo, e fu detto agli italiani, è che «La leadership egiziana era pienamente a conoscenza delle circostanze dell’uccisione del ricercatore».

L’ira di Kerry. Questo portò alcune settimane dopo l’allora segretario di Stato, John Kerry, a un aspro confronto con il ministro degli esteri egiziano Sameh Shoukry, nel corso di un incontro che si tenne a Washington. «Si trattò di una conversazione “quantomai burrascosa” anche se da parte della delegazione americana non si riuscì a capire se il ministro stesse erigendo un muro di gomma o semplicemente non conoscesse la verità».
Un approccio deciso, quello di Kerry, che -narra il giornalista- provocò più di una perplessità all’interno della Amministrazione, dal momento che Kerry aveva la fama di trattare l’Egitto con i guanti bianchi.

Nel frattempo i sette magistrati italiani inviati al Cairo venivano depistati ad ogni piè sospinto -sempre il NYT- e lo stesso ambasciatore italiano Massari, «presto smise di usare le email e il telefono per le comunicazioni delicate, ricorrendo ad una vecchia macchina che scriveva su carta sulla base di un codice criptato».
Depistati e certamente spiati in casa: «si temeva che gli egiziani impiegati presso la sede diplomatica italiana passassero informazioni alle agenzie di sicurezza egiziane».
Ma la parte più imbarazzante dell’inchiesta giornalistica Usa viene dopo, quando il Times parla apertamente di “fratture” all’interno dello Stato italiano.

«C’erano altre priorità. I servizi di intelligence italiani avevano bisogno dell’aiuto dell’Egitto nel contrastare lo Stato islamico, gestire il conflitto in Libia e monitorare il flusso di migranti nel Mediterraneo”, scrive Walsh. L’attualità della questione Libia ad esempio, dopo l’avvicinamento italiano al generale Haftar passa certamente attraverso l’Egitto.
Il NYT affronta le tensioni tra gli apparati dello Stato italiano per la collaborazione tra l’Eni e i servizi di intelligence sul caso del ricercatore ucciso. L’Eni solo poche settimane dell’arrivo al Cairo di Regeni aveva annunciato una grande scoperta: il giacimento di gas naturale di Zohr, 120 miglia a nord della costa egiziana, contenente 850 miliardi di metri cubi di gas, svolta non solo energetica ma strategica nel cuore del Mediterraneo.

Secondo un funzionario della Farnesina, aggiunge Walsh, i diplomatici si erano convinti che l’Eni avesse unito le forze con i servizi italiani per arrivare a una veloce soluzione del caso. «L’avvertita collaborazione fra Eni e servizi di intelligence italiani diventò fonte di tensione all’interno del governo italiano. Ministero degli Esteri e funzionari dell’intelligence cominciarono a essere prudenti gli uni con gli altri, talvolta trattenendo informazioni», scrive il New York Times Magazine.
Che cita la dichiarazione di un imprecisato funzionario italiano: «Eravamo in guerra, e non solo con gli egiziani».
Una guerra -considerazione redazionale- che sembra essere ancora oggi in corso, e con più schieramenti in campo.

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