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lunedì 18 20 Novembre19

Regeni, l’addio di Ferragosto: l’Egitto val bene una verità

Per presunti «sviluppi» sul caso Regeni, Roma annuncia il ritorno dell’ambasciatore al Cairo con l’obiettivo di «normalizzare» i rapporti con l’Egitto. «Indignata» la famiglia del ricercatore. La ricerca delle verità che l’Egitto non vuole e la real politik

Giulio Regeni torturato ed ucciso dai fantasmi

Italia/Egitto. La logica che alla fine ha prevalso è quella della restaurazione della normalità diplomatica e politica nei rapporti tra l’Italia e l’Egitto. Un omaggio al realismo politico e alle esigenze geo-strategiche di quell’area del mondo, che -secondo i molti giudizi critici di queste ore- rivela invece la goffaggine e il dilettantismo di una politica estera incapace persino di motivare il proprio operato con un minimo di credibilità.

«Passi avanti sul caso di Giulio Regeni. La procura del Cairo ha trasmesso oggi a quella di Roma gli atti relativi ad un nuovo interrogatorio cui sono stati sottoposti i poliziotti che hanno avuto un ruolo negli accertamenti sulla morte del giovane».
«Alla luce degli sviluppi positivi nei rapporti tra i due Paesi, l’ambasciatore Giampaolo Cantini va al Cairo». Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Angelino Alfano. L’8 aprile 2016 l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aveva richiamato l’ambasciatore dal Cairo ‘per consultazioni’, messaggio preciso ad Al Sisi.

Luigi Manconi su il manifesto: «Negli ultimi mesi e nelle ultime settimane, nulla è accaduto che possa segnalare un mutamento, anche il più esile e controverso, nella condotta delle autorità politiche e giudiziarie dell’Egitto a proposito della vicenda di Giulio Regeni. Non il più piccolo atto che manifesti una più sollecita cooperazione con la procura di Roma e non la più sommessa dichiarazione politica di riconoscimento della centralità della questione della tutela dei diritti fondamentali della persona da parte di quel regime».

Dura la reazione della famiglia Regeni che esprime la sua “indignazione per le modalità, la tempistica ed il contenuto della decisione del Governo. «Ad oggi, dopo 18 mesi di lunghi silenzi e anche sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Solo quando avremo la verità l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità. La decisione di rimandare ora, nell’obnubilamento di ferragosto, l’ambasciatore in Egitto ha il sapore di una resa confezionata ad arte».

La trattativa. Una telefonata del procuratore generale della Repubblica Araba d’Egitto, Nabil Ahmed Sadek al procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone. Come promesso a maggio, affidato ad una società esterna il recupero dei video della metropolitana, ma l’attività ‘prenderà il via a settembre’. Sembra la ricerca del tesoro dei faraoni o con i tempi della storia. Ma, «Nel corso della telefonata, è stato concordato un nuovo incontro tra i due uffici, che sarà organizzato dopo la riunione di settembre». Forse a settembre le registrazioni video attese dall’ottobre scorso.

Ieri in serata la telefonata di Paolo Gentiloni alla famiglia Regeni per spiegare le ragioni che hanno portato il governo a inviare nuovamente l’ambasciatore italiano Al Cairo: «Contribuirà -ha sostenuto il premier- all’azione per la ricerca della verità sul l’assassinio di Giulio Regeni. Una ricerca su cui prosegue la collaborazione tra le procure dei due paesi, come chiarito oggi dal procuratore Pignatone». Fassino e il sostegno del Pd al governo. «L’ambasciatore a Il Cairo potrà consentire di seguire direttamente e quotidianamente lo sviluppo delle indagini». Serviva l’ambasciatore col pennacchio?

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