domenica 19 novembre 2017

Lettera aperta all’ambasciatore italiano a Il Cairo

Corrispondente estero Rai da Il Cairo per alcuni anni e per oltre un decennio da Gerusalemme, Filippo Landi, giornalista di lungo corso, è uno ‘che sa’ di Medio oriente e delle sue complessità. Sua la ‘lettera aperta’ al neo ambasciatore a Il Cairo Giampaolo Cantini, finito nella bufera Regeni ancora prima del suo insediamento.
Lettera di buoni sentimenti e acute osservazioni: «Ora, sappiamo bene io e lei, ambasciatore Cantini, che incombe il caso Libia. Dobbiamo coinvolgere, nei nostri piani per contenere l’immigrazione verso l’Italia sia il governo di Tripoli che il generale Haftar, sostenuto dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Il ristabilimento pieno delle relazioni diplomatiche aiuterà, forse, una concordia di intenti dal Cairo, via Tobruk, fino a Roma. Qualche minaccia egiziana e qualche ricatto, sulla pelle degli immigrati, forse, verrà meno». Ma…

Egregio ambasciatore Giampaolo Cantini,
mi perdonerà se mi rivolgo a lei pubblicamente, ma credo che sia importante che si conoscano alcuni fatti alla vigilia del suo arrivo al Cairo. Alla fine di agosto del 2015, anch’io ero in partenza, dal Cairo. All’epoca ero inviato del Tg1 e concludevo in quei giorni le mie due settimane di permanenza in Egitto, in sostituzione del corrispondente della Rai in ferie.
In quelle settimane di agosto su alcuni giornali locali erano filtrate notizie su nuovi casi di arresti e sparizioni di persone egiziane. Mi aveva colpito il caso di un avvocato di 28 anni, collaboratore di un’associazione per la difesa dei diritti umani arrestato all’inizio di quell’agosto, nella notte, con grande dispiegamento di forze, e trascinato via dalla sua casa del Cairo per una destinazione ignota.

L’indomani, in poche ore, una lettera aperta veniva sottoscritta da almeno cinquanta avvocati e inviata al Ministro dell’Interno egiziano per chiedere di sapere le accuse rivolte al giovane legale e dove era stato rinchiuso. Dopo due giorni fortunatamente riemerse in una cella delle forze di sicurezza, alla periferia del Cairo e lì attendeva il suo destino. Da quella cella gli fu permesso di inviare alla sua famiglia una lettera bellissima, in cui rivendicava la sua innocenza, la sua lontananza da ogni collusione con gruppi terroristici e la sua volontà di continuare ad essere un avvocato difensore dei diritti dei cittadini.
Un altro avvocato solo pochi mesi prima era stato assai meno fortunato. Arrestato dalla polizia, era stato torturato fino al punto di ucciderlo. Due ufficiali di polizia, davanti alle proteste dei colleghi, erano stati posti sotto inchiesta.

Di tutto questo – è giusto che lei lo sappia e d’altra parte non mi sembra di rivelare un segreto di stato – parlai con il suo predecessore al Cairo, l’ambasciatore Maurizio Massari. Chiesi di incontrarlo alla vigilia del mio ritorno in Italia per salutarlo e per chiedergli di seguire il caso di questo avvocato di 28 anni. Gli ricordai anche che un suo predecessore al Cairo, l’ambasciatore Mario Sica, negli anni della mia permanenza al Cairo dal 2001 al 2003, era noto per interessarsi, con discrezione ed assiduità, della sorte degli oppositori del presidente Hosni Mubarak messi in carcere. Non posso, per doverosa discrezione, dirle nei dettagli quello che l’ambasciatore Massari mi disse in quella caldissima mattina di agosto del 2015.

Potrà chiederlo direttamente a lui. Mi disse, però, che conosceva bene il numero assai grande degli oppositori in quel momento in carcere, i metodi delle forze dell’ordine, ma anche l’impossibilità ad intervenire per i diplomatici stranieri. Mi disse, lo scoprii dopo, solo una parte della verità, perché venni a sapere poche settimane dopo che proprio l’ambasciatore Massari si era speso con successo per portare fuori dall’Egitto in Italia un giovane cittadino italiano residente al Cairo, finito in carcere e sotto processo, a causa della sua omosessualità, ma non per qualche altro “reato”.

Nella notte del 25 gennaio 2016, quando scomparve dalle strade del Cairo Giulio Regeni, io credo che l’ambasciatore Massari avrà ripensato al caso di quel giovane italiano riportato in patria, ma anche e con angoscia ai tanti “desaparecidos” egiziani di cui parlammo nell’agosto del 2015. L’impegno dell’ambasciatore Massari per ritrovare sano e salvo Regeni non ebbe successo. Tuttavia, nessuno può dimenticare il suo impegno per strappare il velo delle menzogne che le autorità egiziane tentarono di stendere sulle cause della morte di Regeni.

Va reso merito a lui, ma anche e forse soprattutto ad un oscuro magistrato egiziano che davanti alle parole del comandante della polizia giudiziaria di Giza (“il giovane italiano è morto probabilmente per le ferite provocate da un incidente stradale”) ebbe il coraggio di dire ad un giornalista collaboratore dell’agenzia internazionale di stampa Ap che non di incidente stradale si trattava, ma di una morte legata alle torture subite. Quelle parole raggiunsero, all’indomani del ritrovamento del corpo di Regeni, nei primi giorni di febbraio, città lontane come Roma, Londra, Washington.

Quello che è accaduto dopo, caro ambasciatore Cantini, lo sappiamo tutti, anche lei. Davanti all’indignazione dell’opinione pubblica italiana, il ritiro per consultazioni dell’ambasciatore italiano al Cairo. Un’assenza, durata più di un anno, che va giudicata con uno sguardo che va oltre la cronaca. I giovani egiziani, quelli più colti, laici ma anche musulmani, i professionisti, i borghesi, gli intellettuali, hanno saputo di quel gesto italiano e lo hanno apprezzato, perché in fondo difendeva i loro diritti. Aver smontato, poi, i tanti depistaggi delle autorità egiziane nel caso Regeni, anche questo è stato vissuto come atti italiani a difesa degli egiziani.

Ora, sappiamo bene io e lei, ambasciatore Cantini, che incombe il caso Libia. Dobbiamo coinvolgere, nei nostri piani per contenere l’immigrazione verso l’Italia sia il governo di Tripoli che il generale Haftar, sostenuto dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Il ristabilimento pieno delle relazioni diplomatiche aiuterà, forse, una concordia di intenti dal Cairo, via Tobruk, fino a Roma. Qualche minaccia egiziana e qualche ricatto, sulla pelle degli immigrati, forse, verrà meno. Né possiamo dimenticare che gli operatori turistici italiani chiedevano un quadro “rasserenato” nei rapporti politici tra Italia ed Egitto, per rilanciare il turismo italiano verso l’Egitto, la “crescita economica” di quel paese ed i propri lucrosi affari (questo, ovviamente, lo scrivo io).
Regeni, per loro, è tempo si seppellirlo nell’oblio. Anzi no, verrà tirato fuori, come ammonimento a non impicciarsi degli affari altrui, quando uno dei figli di questi uomini di affari italiani partirà verso l’estero, per studiare o lavorare.

Caro ambasciatore Cantini, io la conosco da molto tempo, da quando lei a Gerusalemme svolse con grande intelligenza e sensibilità umana il suo ruolo di Console Generale d’Italia. Sono certo che lei non andrà ora al Cairo con l’intento del normalizzatore e di colui che porrà un velo di oblio sulle attese di giustizia della famiglia Regeni e sulle sofferenze di tanti ignoti cittadini egiziani. Se qualcuno pensa questo, si sbaglia profondamente. Lei è di una pasta umana ben diversa dalle persone acquiescenti per un interesse personale o generale.

Mi permetta tuttavia di chiederle di guardare al suo nuovo incarico al Cairo con uno sguardo ampio, da storico oserei dire. Cercherò di farmi comprendere con un esempio. Lei è stato ambasciatore, non dimenticato, ad Algeri. Ebbene, in anni lontani, ma non troppo, un imprenditore italiano che aveva a cuore gli interessi della nazione Italia cominciò ad incontrare e a dialogare con gli emissari del Fronte di liberazione algerino, mentre il regime coloniale francese in Algeria agonizzava nella violenza e nella repressione. Guardi all’Egitto e soprattutto al futuro del suo popolo, caro ambasciatore, anche con lo sguardo di Enrico Mattei.

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