lunedì 21 agosto 2017

Madre Quercia monumento verde, ministro Franceschini la salviamo?

La Quercia delle Checche, il primo monumento verde d’Italia (probabilmente d’Europa) grazie a un vincolo rivoluzionario di protezione posto dal Ministero dei Beni Culturali nel maggio scorso, sta morendo. Una branca orizzontale è caduta e nel totale disinteresse delle istituzioni la Signora degli alberi della Val d’Orcia si sta spegnendo. Appello al ministro Franceschini.

Alto magro, con i capelli bianchi che si muovono al vento, Alfiero Mazzuoli scuote la testa. Osserva la quercia ferita, il sindaco e i tecnici non si sono fatti vedere. Le telecamere riprendono, i volontari raccontano ai cittadini che si fermano lungo la provinciale 53 la storia di questo albero di 370 anni. È un simbolo della campagna, della Val d’Orcia, dice Alfiero. Qui si veniva a festeggiare la fine della trebbiatura, qui le famiglie venivano per il matrimonio di un figlio.

In continuità con il precedente scritto sulla Guerra in Val d’Orcia, voglio parlarvi di uno scandalo. La possibile morte per disattenzione e poca lungimiranza della Quercia delle Checche, il primo monumento verde d’Italia (probabilmente d’Europa) grazie a un vincolo rivoluzionario di protezione posto dal ministero dei Beni Culturali nel maggio scorso. Una tutela unica e straordinariamente lungimirante, ma che somiglia oggi a una scatola vuota. Perché a parte il vincolo, niente è stato fatto.  Durante questi due mesi di siccità sono accadute solo tre cose: i comitati hanno cercato di smuovere il Comune di Pienza chiedendo urgenti opere di manutenzione e salvaguardia del monumento, un fulmine ha colpito la quercia e una decina di giorni fa – per effetto della siccità, degli interventi non fatti e del fulmine – la grande e caratteristica branca orizzontale della matriarca degli alberi – è crollata.

Questo albero non è solo un albero. Porta il segno delle mani callose che si sono appoggiate, del lavoro, degli incontri notturni magici e segreti di ogni tempo, ha il cuore ruggente della resistenza e l’energia che anima la magnifica terra in cui è cresciuto. Ha ragione Alfiero, che per tanti anni ha lavorato con i marchesi Iris e Antonio Origo e ancora vive a La Foce. Quella corteccia, quei rami hanno fortificato le zolle del cuore di generazioni e generazioni. “Prima qui c’erano tante querce, le hanno tagliate per farci le traversine per la ferrovia. – racconta – Avrebbero tagliato anche questa se non fosse passato per caso il marchese Origo che di fronte ai tagli indiscriminati si arrabbiò non poco. Era un omone grande e imponente… Insomma, tagliarono quasi tutto, ma lasciarono questa qui…”

La Madre Quercia porta il segno identitario del coraggio, e infatti anche in questi anni di disaffezione e di ritirata in casa davanti a tv e pc, uomini e donne in carne e ossa si sono battuti perché il territorio non venisse spogliato del suo valore culturale, antropologico, perché non diventasse un tassello di una Disneyland che nessuno vuole. Perché fosse vincolato e difeso dalla comunità dopo una notte di follia di Ferragosto del 2014.

Nasce tutto da lì, la crisi della Quercia, ma anche la rivolta umana e civile della popolazione. La distruzione di un simbolo di bellezza e la ricostituzione di un tessuto di valore attento e generoso. “Nell’evento drammatico di tre anni fa, guarda caso sempre in agosto e sempre in periodo di siccità, l’albero subì anche un fatto meccanico in ragione delle tante persone che vi salivano sul grande ramo, a volte anche simultaneamente, per scalare la pianta, dondolarsi o semplicemente farsi foto. Fu poi determinato che le micro fratture con il tempo avevano prodotto il distaccamento”, scrivono i volontari di S.O.S. Quercia delle Checche, riannodando le fila del ragionamento e mettendo in relazione diretta i due fatti traumatici.

Da quel 2014 sono successe tante cose, niente sul piano della cura e della manutenzione. Nessuno ha fatto niente per sanare la pianta storica, nonostante lo studio del dottor Daniele Zanzi di Varese spiegasse come a causa della ferita causata dal crollo del 2014 “la pianta avrebbe avuto necessità di una serie di interventi per consentirne la sopravvivenza, oltreché di un monitoraggio periodico”. Indicando anche in una relazione consegnata al Comune di Pienza nel marzo del 2015 quali fossero questi interventi urgenti; tra questi la “messa in opera di sostegni e messa in opera di cavi in quota, laddove necessario”. I mesi sono diventati anni… Se qualcuno lo avesse fatto, oggi non saremmo qui a discutere… “Tale relazione è stata totalmente disattesa e sono due anni e mezzo che il gruppo dei cittadini per la salvaguardia della pianta chiede che vengano realizzati i lavori indicati e dal settembre 2014 il gruppo locale chiede che venga istituito un comitato tecnico scientifico atto a monitorare la Querciona come definita localmente”, scrivono ancora i coraggiosi di S.O.S. Quercia delle Checche e concludono nel comunicato apparso subito dopo la caduta della branca orizzontale: “Con buona probabilità la Quercia delle Checche ha ceduto la grande branca per recuperare il secolare equilibrio statico perduto con l’evento del 2014. Sicuramente la grande siccità ha contribuito a produrre un’importante riduzione idrica riducendo conseguentemente la flessibilità del legno. Ma certamente ciò che oggi dobbiamo drammaticamente constatare è che gli interventi indicati nell’accurata relazione Zanzi del marzo 2015 non sono mai stati realizzati e con buona probabilità non saremmo qui, oggi attoniti, a costatare le tragiche conseguenze di un evento annunciato che poteva e doveva essere evitato”.

In questi 10 giorni, nonostante richieste e una mobilitazione popolare, niente è stato fatto per curare le “ferite” del monumento verde che rischia di morire. Andrebbe rimossa la branca caduta che si è appoggiata pericolosamente al tronco, sistemata l’area, fatte azioni per sanare le rotture.

Si stanno interessando i media. Ma niente sembra smuovere il Comune che sembra anche infastidito dall’attivismo dei cittadini. Come se fosse necessaria una separazione netta tra chi governa il territorio e chi, nel suo abitare sociale e culturale, deve votare e poi togliersi dalle scatole. In altri luoghi si prendono le decisioni, e in questi luoghi non devono esserci i cittadini, figuriamoci se attivi sul territorio e riuniti in un comitato.
Meglio che rimangano seduti a cliccare i canali, o sempre seduti con la bava alla bocca a insultare sul web, disegnando rivolte gerarchiche rovesciate: contro chi ha meno, contro chi non ha diritti, contro chi è povero. Questo genere di ululati rappresentano la stampella e la gioia di ogni sistema di potere. L’inutilità rabbiosa, quando servirebbe energia nell’azione.

Tornando alla Quercia, so benissimo che molte persone ritengono la difesa della storia di un luogo e dei suoi simboli come niente che valga la pena difendere. E la frase è sempre la stessa: con tutti i problemi che ci sono nel mondo… Ecco, io ritengo sovversivo agire e pensare laddove si poggiano i piedi e nel presente, nel qui e ora.  Penso sia fondamentale scardinare un modello che ci allontana dalla realtà e ci fa esercitare sempre di più sui modelli virtuali, sui massimi sistemi per non prendere coscienza che la rivoluzione deve partire dai luoghi dell’abitare, dal quartiere, dal paese, dai simboli identitari di coraggio, di cultura e bellezza.

Io, percorrendo questa Magnifica Terra, penso che mi vergognerei se la grande stupenda Quercia testimone della storia e della grandezza di questo territorio, dovesse essere uccisa dalla superficialità della politica, dalle inadempienze, dalla bruttezza burocratica, o dalla perversione dell’arroganza di potere. La speranza è che il ministero difenda il suo bene vincolato, il bene comune della collettività. Noi cittadini facciamo e faremo la nostra parte.

Alfiero Mazzuoli, SOS Quercia delle Checche, foto di Valentina Montisci

PS
Il Comune di Pienza ha annunciato una querela contro SOS Quercia delle Checche
L’unico albero monumento verde in Italia sta morendo, tra incapacità e disattenzione di chi dovrebbe occuparsene, e chi dovrebbe occuparsene e non lo fa perché troppo impegnato a denunciare i volontari ambientalisti che da anni denunciano questa efferatezza politica burocratica.

Ps 2
… eppure la Val d’Orcia rappresenta la testimonianza evidente del modo in cui fu riscritto il paesaggio del Rinascimento per rappresentare gli ideali di buon governo. E di come nei secoli questi ideali siano stati difesi e rispettati…

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