lunedì 21 agosto 2017

L’atomica puntata sugli Usa che incombe sulla Corea

«In cinque minuti sarà tutto finito», minaccia assoluta. Trump e il Pentagono replicano con toni da ultima spiaggia mai usati dagli Stati Uniti nel dopoguerra. Mentre Kim minaccia di sparare nuovi missili su Guam il rischio di un olocausto nucleare e sempre più concreto, sostiene un preoccupato Piero Orteca.

“In cinque minuti sarà tutto finito” sibilano furiosi al Pentagono promettendo fuoco e fiamme contro la Corea del Nord. La verità è che siamo quasi al “redde rationem”. Il mondo rischia di assistere impotente al primo olocausto nucleare dai tempi di Hiroshima e Nagasaki. Quando le lingue si imbrogliano, allora comprendere dove l’altro voglia arrivare diventa sempre più difficile, specie se il primo si chiama Trump e l’altro si chiama Kim Jong-Un. Nel gioco al rialzo delle minacce (o delle spacconate, fate voi), chi mollerà per primo, gli Stati Uniti o la Corea del Nord?

Occhio, perché la situazione sta per arrivare al punto del non ritorno. E come accade per tutte le catastrofi, lo speciale “algoritmo” dell’apocalisse che, step by step, si è messo in moto, alla fine potrebbe causare quello che in questa fase tutti esorcizzano disperatamente. Forse anche per questo Trump è stato ecumenicamente bacchettato, dopo essere sceso quasi sul piano della rissa da cortile, promettendo sfracelli che, secondo molti commentatori, non sarà mai (per fortuna, aggiungiamo noi) in grado di scatenare.

Ma perché la crisi nordcoreana ha avuto questa drammatica accelerata? I motivi sono diversi, e tutti spingono nella stessa direzione. Sostanzialmente, sono cambiate le regole del gioco. Abbiamo scritto, e lo ribadiamo, che il problema non è rappresentato solo dalle bombe atomiche che la dinastia dei Kim ha collezionato, quanto piuttosto dalla possibilità di farle esplodere sulle teste degli americani. E qui prima ce ne correva.

Sino a quando rischiavano di essere “vaporizzati” solo i sudcoreani e i giapponesi, vittime della politica delirante di Pyongyang, Washington la guerra la faceva solo a parole, ma sottobanco “sganciava” (indirettamente) il pizzo chiesto dai camorristi nordcoreani (dollari, benzina, materie prime, tacito appeasement sull’export, facendo finta di essere girati dall’altro lato). In sostanza funzionava proprio così: o paghi o io ti brucio la saracinesca. Oggi, però, i margini di manovra di tale diplomazia parallela, che aveva tutte le caratteristiche della criminalità spicciola napoletana più stracciona, sono drasticamente mutati.

Tecnicamente Kim e i suoi ingegneri hanno fatto un grande salto di qualità e oggi possono costruire missili vettori che, in poco tempo, riusciranno a mettere sotto scopa anche la California. Uno scenario da incubo, che nessuno si può permettere di tollerare , né Trump e manco Obama, se ci fosse stato. In un libro bianco pubblicato la scorsa settimana, il Ministero della Difesa giapponese ha fatto un’analisi dettagliata dello stato dell’arte (chiamiamola così) dimostrando come i nordcoreani abbiano fatto strabilianti progressi nel campo della miniaturizzazione.

Ergo, a dirla tutta, oggi sono in grado di imbarcare le loro bombe atomiche, senza problemi, sui missili balistici intercontinentali, che vanno producendo come le uova di Pasqua. Non solo, ma i servizi segreti americani si sono finalmente espressi, lasciando le Cancellerie internazionali costernate. Kim ha almeno 60 ordigni nucleari e sarà in grado di raggiungere gli Stati Uniti continentali già tra alcuni mesi. Fate voi. Al Dipartimento di Stato e al Pentagono le poltrone delle teste d’uovo ribollono come pentole a pressione.

È indispensabile schiacciare la testa del serpente ora o ci sono ancora margini per aspettare, magari sperando (ma non ci scommetteremmo) in qualche improvviso cambio della guardia ai vertici del Partito comunista di Pyongyang? La domanda che si fanno tutti è: ma Kim controlla il Paese fino all’ultima mattonella, oppure esiste qualcuno in grado di sbarazzarsene prima che sia troppo tardi per tutti? La questione non è peregrina, dal momento che, fino a poco tempo, fa i principali garanti della ragionevolezza (si fa per dire) di Kim erano i cinesi. Ma ora sembra che qualcosa si sia spezzato e che pure a Pechino ne abbiano le scatole piene di trovarsi in mezzo ai piedi cotanto “alleato”, ingombrante, incontrollabile e ormai uscito di testa.

Siamo certi che a Pyongyang, dove le spie sono la metà della popolazione, ci sarà pure qualche novello conte Von Stauffenberg che, mettendo a repentaglio la propria vita, salvi il suo Paese dal nazismo in falce e martello. Però, i tempi si accorciano. Il Ministro della Difesa americano, Jim Matis, non scherzava l’altro giorno quando ha messo tutti in guardia annunciando un possibile intervento militare americano preventivo. Che, aggiungiamo noi, non potrebbe che essere atomico. E risolutivo, ancor prima di cominciare. Gli americani non possono rischiare sulla pelle dei sudcoreani e dei giapponesi di creare vittime collaterali, questo è sicuro.

Se un dramma di questo tipo avrà luogo, i morti in Corea del Nord si conteranno a milioni. Per ora il dittatore dalle improbabili capigliature risponde colpo su colpo. L’ultima spacconata è quella di lanciare alcuni missili intorno alla fortezza statunitense dell’isola di Guam. Tanto per far capire a che gioco sta giocando. Presto, dunque, avremo novità. In un senso o in un altro. Il mondo rischia grosso, ma rischia grosso anche Kim: che qualcuno si svegli nel suo stesso Paese e, con l’aiuto dei servizi segreti cinesi, gli faccia la festa.

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