lunedì 21 agosto 2017

Antonio Cipriani con Remocontro, cose di casa lette da lontano

All’autore non piacerà questa divagazione dal suo articolo, ma per Remocontro oggi, la notizie è lui, il collega di valore e caro amico che da oggi inizia a collaborare offrendoci professionalità e prestigio. Sua, da oggi, la rubrica ‘Polemos’, partiamo dall’antica Grecia, addirittura dal demone della guerra, per farci ‘demoni’ di un po’ di cose storte che ci cascano addosso, spesso senza che neppure più ce ne accorgiamo. Una lettura ‘sovversiva’ di fatti grandi e piccoli attorno a casa nostra, dopo tanto occuparci -il focus di questo blog- di cose del mondo.

La Guerra in Val d’Orcia nella Bottega dei cuori coraggiosi

Un luogo inatteso, la proiezione di un film sulla resistenza, l’animarsi di una dialettica su legalità feroce e umanità rivoluzionaria. Per ricordarci sempre che cura e attenzione sono le forme più alte di generosità.

Nei luoghi secondari, inattesi e quindi magici, passa la storia. E quando ci passano gli eventi che ci cambiano la vita, o potrebbero farlo, quasi non ce ne accorgiamo. Troppo presi nel fare confronti, nel pensare che quello che accade nel nostro contemporaneo è meno importante di quello che leggiamo sui social o sui giornali.
La storia della nostra democrazia, della resistenza, declinata alla Val d’Orcia, è passata in un posto sicuramente non consueto, la Bottega di Portanuova a San Quirico, dove due ragazzi giovani e curiosi, Roberta e Luigi, hanno messo su un negozietto di alimentari speciale, dove si mangia bene e si beve meglio. Ma soprattutto dove si incontrano persone e – nel caso di ieri sera – si proiettano film (tra gli scaffali).

Per uno come me è il massimo della poesia. Metà pubblico dentro, tra fagioli, ceci e birre. Metà fuori nel tentativo disperato di intercettare un refolo di vento. Sullo schermo: “Guerra in Val d’Orcia”, il film di Nino Criscenti (giornalista e regista della Rai) realizzato nel 1994 basandosi sui diari di Iris Origo del 1943-44.
La semplicità della narrazione della Origo, sia nel libro che nel documentario, è assolutamente coinvolgente. Le vicende dei protagonisti altrettanto coinvolgenti. Possiamo dire: eroi per caso. Uomini e donne che di fronte alla devastazione delle loro vite, alla paura, alla morte e alla crudeltà del tempo, hanno saputo fare argine. Sono stati capaci di non farsi travolgere, ma hanno tenuto alto il dovere di umanità, la bellezza dei legami tra persone, il rispetto, la dignità e il coraggio.

La memoria è fertile se agisce sul presente, con una vocazione per il futuro. Siamo abituati a museificarla, a chiuderla dentro teche e a farne sostanzialmente a meno: il nostro Paese su questo è un campo minato, vive e cammina su un vuoto di memoria che dovrebbe farci inorridire, che a ogni passo mostra l’abisso. Penso alle dichiarazioni efferate, di questa mattina, di un politico che spiega ai cittadini che la politica non può permettersi di salvare vite umane (parlando del dramma dei migranti). E le confronto con la storia di quella famiglia povera, in un podere della Val d’Orcia, che nel 1943 ospitava dei giovani soldati inglesi, rischiando la vita, condividendo con loro il pane e quel poco che possedevano. Fino a non avere più niente, fino a fare la fame insieme. Nel film questa storia arriva come una sassata sulle coscienze asfittiche. Di fronte alla furia criminale dei nazisti e dei loro tirapiedi repubblichini, queste persone hanno scelto la coscienza.

Sono i miei eroi di umanità, necessari oggi come ieri. Soprattutto perché dalla lezione truce della storia abbiamo imparato poco e niente. Perché il valore del profitto – come unica inappellabile religione – ha corrotto gli animi di tanti, ha fatto lezione ai mediocri, ha insegnato ai cuori pavidi che l’indifferenza è meglio, che la cura e l’attenzione per il prossimo sono debolezze. Che la legalità astratta è un valore intoccabile anche se disumano, quando invece la storia ci insegna che la legalità vale solo se strettamente connessa alla verità e alla giustizia sociale.
Penso ai decreti securitari di questi giorni e dico che anche i volantinaggi dal cielo degli occupanti nazifascisti chiedevano agli abitanti della Val d’Orcia di obbedire alla legge, di obbedire al concetto di legalità che stabiliva la pena di morte e la distruzione della casa per chi ospitasse o aiutasse i partigiani. Non aver obbedito è stato un gesto rivoluzionario di umanità.

Nella serata calda di Porta Nuova, in un silenzio estremo, scorrevano le storie degli eroi quotidiani raccontati nel diario dalla Origo, intercettati da Criscenti con le interviste a cinquanta anni dagli eventi narrati: persone semplici, coraggiose e capaci di scelte e azioni di generosità. Quelle stesse che hanno rimesso in piedi un territorio, che hanno detto: combattiamo, facciamo la resistenza con le armi, perché non ci siano più guerre. Poi hanno lasciato i fucili e hanno imbracciato gli attrezzi di lavoro e si sono battuti per difendere la libertà conquistata, per dare a tutti condizioni migliori. Hanno marciato uniti contro la fame, hanno difeso dagli appetiti furiosi della speculazione il loro paesaggio.

Cura e attenzione sono le forme più alte di generosità. Direi che si tratta di forme rivoluzionarie. Che bella la parola “rivoluzionario”, da coltivare con cura, da far crescere nel cuore intorpidito delle persone che, cullate dall’indifferenza e dalla narrazione tossica del tempo, vivono una resa etica prima che culturale e politica. Per fortuna c’è chi non si arrende neanche di fronte all’evidenza e continua a coltivare il seme del dubbio e della bellezza. Avendo a cuore il tempo in cui viviamo da protagonisti e i destini delle generazioni che verranno: dobbiamo batterci qui e ora. In ogni spazio sociale e politico, in ogni luogo, meglio se secondario e fertile. Scrivendo, progettando piramidi di bellezza e verità, sottraendoci dalla resa annunciata, che è una forma infida e pericolosa di fascismo.

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