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sabato 14 Dicembre 2019

Giostra alla Casa Bianca, peggio della giunta Raggi

Casa Bianca Far West, un Donald Trump populista incontrollabile che cambia squadra con la stessa velocità della sindaca di Roma Raggi con la sua giunta. L’analisi di Gwynne Dyer, tra spunti interessanti e scenari da incubo. E non sono soltanto caldane da solleone, purtroppo.

Lo spunto è di Gwynne Dyer, un giornalista canadese che vive a Londra. Autore di libri, documentari e programmi radiofonici, scrive una column di politica internazionale che è pubblicata in più di cento giornali di tutto il mondo. Compresa Internazionale da cui prendiamo spunto.
Dyer ci racconta del collega della Bbc Anthony Zurcher, che definisce la Casa Bianca di Trump simile alla scena finale del film ‘Le iene’, non le nostre televisive italiane, ma quelle di fiction Usa dove tutti urlano e puntano la pistola su qualcun altro, con buone possibilità che nessuno ne esca fuori illeso’.

Casa Bianca Far West dove, da quando è cominciata la sparatoria diverse persone sono scappare non certo illese: ‘Sean Spicer, Michael Short, Reince Priebus’, cita Gwynne. «L’ultimo in ordine di tempo è Anthony Scaramucci, il direttore della comunicazione che era stato nominato appena una decina di giorni fa». Mestiere pericoloso stare attorno a quel presidente. Scaramucci, nome tutto italiano e nostro disdoro nazionale, ha superato tutti quanti dicendo una serie di volgarità che hanno costretto a dimettersi il capo dello staff, Reince Priebus. Prima di essere cacciato a sua volta dopo soli 10 giorni.

Le cose alla Casa Bianca stanno andando a rotoli più velocemente di quanto anche i più attenti osservatori del comportamento di Donald Trump avessero previsto, analizza Dyer, e l’elemento più significativo pare non sia tanto il suo pur pessimo funzionamento. «Gli Stati Uniti funzionerebbero bene, in realtà piuttosto meglio, se Trump non fosse mai riuscito a trasformare i suoi tweet in realtà». Giudizio lapidario, con colpo di grazie finale. «Ma il fatto importante è che sta tagliando i ponti con il Partito repubblicano».

Alcune considerazioni sono molto interessanti, soprattutto per alcuni riflessi possibili in chiave italiana. «Trump non è mai stato un vero repubblicano. Da vero populista, non ha ideologia. Se Barack Obama fosse stato travolto da un autobus e Trump avesse deciso di candidarsi alla presidenza nel 2008, avrebbe potuto tranquillamente cercare di diventare il candidato democratico». I veterani del Partito repubblicano lo sapevano e hanno cercato in tutti i modi di evitare che ottenesse la candidatura repubblicana, dopodiché sono stati costretti a conviverci.

Una scomoda alleanza che adesso -per Dyer- sta per finire. Ma è partita difficile. Per il momento, ad uscire sono proprio loro, gli esponenti storici del partito repubblicano che, nei patti, dovevano ottenere incarichi di responsabilità nella Casa Bianca di Trump. Gli incarichi li hanno ottenuti, ma sono durati un niente. Reince Priebus, scaricato venerdì scorso, era il più importante tra loro. Prima era toccato alla vice di gabinetto Katie Walsh, al direttore delle comunicazioni Mike Dubke, al direttore della comunicazione Sean Spicer e all’addetto stampa Michael Short. Un massacro.

Adesso rimangono in un mix innaturale, nazionalisti bianchi dell’ultra destra come Steve Bannon e Stephen Mille, newyorchesi di tendenza democratica tra cui compare il genero Jared Kushner, esponenti della famiglia Trump con Donald junior e Ivanka, ex imprenditori come il segretario di stato Rex Tillerson (che potrebbe essere il prossimo a dimettersi) e un triumvirato di generali con importanti cariche civili. «Una ricetta per la paralisi, ma a chi importa?». Paradosso e provocazione: «Volevate davvero che alla Casa Bianca ci fosse una squadra in grado di permettere a Donald Trump d’imporre la sua volontà (o meglio i suoi capricci) sugli Stati Uniti e, in un certo senso, su tutto il mondo?».

I repubblicani più lungimiranti sono perfettamente consapevoli che questa potrebbe essere la loro ultima possibilità, visto che controllano entrambe le camere e -in teoria- la presidenza. Controllare la Casa Bianca: l’unico modo che hanno di farlo è che Trump lasci e al suo posto arrivi il vicepresidente Mike Pence, lui sì, ‘un vero repubblicano’. Una messa in stato d’accusa? Cosa farebbe Trump se dovesse affrontare una messa in stato d’accusa? Si tratterebbe di una scommessa rischiosa. Dimissioni alla Nixon, considera Gwynne Dyer, non rientrano nel suo carattere. Il suo istinto lo porterebbe a combattere. E la migliore diversione è una guerra, ma contro chi?

Scenari da incubo. «Trump farebbe fatica a far digerire al popolo statunitense l’idea di una guerra all’Iran», visto che gli americani non si sentono minacciati dall’Iran. «La Corea del Nord, invece, dice e fa cose abbastanza provocatorie da dare a Trump alcune ragioni per attaccare». E questa è la conclusione da caldana di mezza estate. Follia pura, ma purtroppo reale, secondo cui, alla fine, un mezzo matto come il Kim di Corea potrebbe servire al matto intero, attualmente alla casa Bianca, per rimanere al potere sino all’attesa fine del suo primo infausto mandato presidenziale. Ancora tre difficili e pericolosi anni.

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