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lunedì 20 Gennaio 2020

Cina compra tutto, il calcio e il partito comunista

‘Cartellino giallo’ dei vertici di Pechino ai nababbi cinesi che continuano a comprare società straniere di ogni tipo, ci segnala Michele Marsonet, che di Cina ne sa (di calcio non sappiamo). Rischio ‘cartellino rosso’ ed espulsione per quei miliardari che comprano troppo e male.
In Cina sarà pure ‘Comunismo di mercato, ma il Partito si riserva di decidere, volta per volta, quali operazioni sono produttive e quali no, e l’acquisto del Milan, per esempio, non è giudicato tale..
La Repubblica Popolare, potenza globale e ‘soft power’, ma senza esagerare. Va bene la Cina anche potenza calcistica, ma sempre per vincere, dice il Partito.

Si è aperta una nuova fase nei rapporti, non sempre facili, tra la dirigenza di Pechino e i nababbi cinesi che continuano a comprare a piene mani società straniere di ogni tipo. Il problema dev’essere considerato grave, visto che lo stesso presidente Xi Jinping ha avvertito la necessità di intervenire in modo assai pesante nella vicenda, sventolando sotto gli occhi di parecchi tycoon suoi connazionali un cartellino giallo, lasciando peraltro intendere che il giallo potrebbe ben presto trasformarsi in rosso.
Cos’è accaduto, dunque? Xi e i suoi colleghi di partito hanno rimarcato che gli investimenti esteri devono, in primo luogo, essere produttivi (e non in perdita), e in secondo luogo debbono migliorare l’immagine della Repubblica Popolare nel mondo. Non a caso ho prima menzionato cartellini gialli e rossi. Già, proprio perché, al pari di quelli russi o arabi, i magnati cinesi hanno cominciato ad acquisire il controllo totale di celebri squadre di football occidentali.

E qui entra in scena proprio l’Italia. Come tutti sanno, infatti, il calcio milanese ha ormai gli occhi a mandorla. Lontani i tempi di Berlusconi e di Moratti, i padroni di oggi sono per l’appunto cinesi e le strategie societarie di Inter e Milan si decidono a Pechino o a Shangai, e non più a Milano. I tifosi meneghini sono un po’ esitanti ma, tutto sommato, soddisfatti. I cinesi portano (o almeno così pare) i soldi che i vecchi padroni non potevano più investire, garantendo inoltre una visibilità ancor maggiore nel Paese che conta un miliardo e 350 milioni di abitanti.
Non ci si deve stupire più di tanto. Basta visitare le grandi metropoli cinesi per accorgersi che le magliette delle squadre nostrane, incluse quelle – come Juventus e Roma – per ora rimaste estranee alle acquisizioni, si vendono come il pane. Ed è facile immaginare un ulteriore boom dopo gli acquisti dei nababbi del Dragone.

Xi e i dirigenti del PCC, tuttavia, sono svegli e sanno benissimo che, nonostante il merchandising, il calcio è quasi sempre un’impresa in perdita. L’entusiasmo dei tifosi è bello, ma resta il fatto che un team sopravvive ad alti livelli se, e soltanto se, c’è un miliardario di turno disposto a ripianare le perdite (che sono costanti). Da notare anche che squadre cinesi hanno comprato in modo massiccio giocatori stranieri, inclusi alcuni italiani, garantendo loro ingaggi stratosferici e non giustificati dal loro reale valore.
In sostanza il pesante intervento del gruppo dirigente di Pechino punta a far capire a tutti che le leve del potere economico e finanziario resteranno saldamente nelle sue mani, e che il Partito si riserva di decidere, volta per volta, quali operazioni sono produttive e quali no (e l’acquisto del Milan, per esempio, non è giudicato tale). Inutile dunque illudersi – come molti fanno – che il capitalismo cinese sia ormai libero da vincoli statali e si avvicini sempre più al modello occidentale, e anglo-americano in particolare. Può darsi che si tratti, per usare ossimori assai diffusi, di un “capitalismo autoritario” o di un “comunismo di mercato”.

In realtà la leadership politica, strettamente intrecciata con il potere militare, non ha intenzione di dare deleghe di sorta. Com’è facile rammentare, Deng Xiaoping avviò una profonda riforma che era in primis anti-maoista, ma al contempo non esitò a schiacciare con brutale violenza la rivolta di Piazza Tienanmen. E l’attuale gruppo dirigente continua a percorrere la stessa strada, ben sapendo che una democratizzazione di stile occidentale causerebbe il crollo dello Stato. È per questo che la Cina non ha avuto un Gorbaciov; a chi lo invoca l’attuale leadership rammenta il caos generato dall’implosione dell’Unione Sovietica.
La Repubblica Popolare si sta proponendo quale potenza globale e, entro certi limiti, vuole dotarsi di un “soft power” simile a quello americano. Ma ci sono, per l’appunto, dei limiti. Va bene fare della Cina una potenza “anche” calcistica, a patto però di non causare perdite strategiche e di non mettere in pericolo la volontà di potenza che regola i giochi a Pechino.

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