Privacy Policy Navi italiane in Libia e l'uso della forza -
domenica 8 Dicembre 2019

Navi italiane in Libia e l’uso della forza

Le regole d’ingaggio: via libera all’uso della forza se gli scafisti attaccano. Ma saranno i libici a fermare i barconi e a riportare a terra i migranti in centri d’accoglienza Onu.
Dettagli ancora irrisolti, le disponibilità politiche delle parti libiche, le minacce delle diverse milizie comprese presenze jihadiste ancora consistenti.

Regole di ingaggio non ancora definite del tutto, ma da subito alcuni punti fermi. Le navi italiane nel mare libico sono di ‘supporto’, il che vuol dire che il nostro naviglio con i suo mezzi radar e i suoi droni e quant’altro, servirà ad individuare le imbarcazioni degli scafisti, ma il ‘lavoro sporco’, fermare le barche degli scafisti, ma a riportare sulla terraferma i migranti dovranno essere i libici. Per essere ancora più chiari, eventuali incidenti nell’imporre il rientro della imbarcazioni dei migranti, sono ‘cosa’ libica. Le motovedette della marina libica dovranno seguire le segnalazioni delle unità italiane, e intervenire direttamente, e il ruolo italiano sarà di “sostegno tecnico logistico”.

L’accordo tecnico militare dovrà stabilire che la giurisdizione a bordo delle navi resta italiana, ma anche precisare – nodo più delicato – che fine faranno i migranti raccolti in mare. L’attuale gestione criminal mafiosa dei centri in Libia risulta inammissibile. Ora si parla di centri di raccolta sotto controllo dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Con il previsto arrivo dell’Unhcr, per la prima volta ammessa in Libia. Né il regno di re Idris né la Giamahiria del colonnello Gheddafi – ricorda Giampaolo Cadalanu su Repubblica– hanno mai firmato le convenzioni di Ginevra del 1951 sul diritto di asilo e sul trattamento dei rifugiati. In questi centri di raccolta, procedure per la richiesta di asilo, ma anche organizzati i rimpatri.

Le regole di ingaggio devono anche prevedere casi particolari, ad esempio, la necessità di intervenire a difesa della Guardia costiera libica, se questa fosse attaccata con le armi dagli scafisti. In questo caso, i militari italiani potranno usare la forza. Oltre ovviamente e sempre, per autodifesa.
La squadra navale dovrebbe partire con due o tre unità, per arrivare se necessario fino a sei, fra quelle schierate nell’operazione Mare Sicuro, attiva fin’ora fuori delle acque libiche. Comando sulla nave anfibia San Marco, una fregata come la Bergamini, un pattugliatore o una corvetta. Accanto, schierati uno o due sottomarini e mezzi aerei. Previsto l’impiego di 700 uomini. Costo stimato, sui nove milioni al mese.

Dibattito alla Camera (martedì alle Commissioni difesa ed esteri) e poi l’eventuale partenza in tempi brevissimi, dichiarano i comandi militari. I problemi irrisolti, restano tutti in Libia. L’arrivo delle navi italiane è stato richiesto dal governo di al Serraj, da Tripoli. Ma che ne pensa il generale Haftar dalla Cirenaica? Haftar, nonostante le strette di mano all’Eliseo non pare disponibile a riconoscere legittimità al governo di al Serraj. Altra complicazione, non tutte le tribù e le milizie si riconoscono dei due schieramenti, compresi raggruppamento jihadisti fedeli allo Stato islamico a sud. Facile che qualche fazione sia ostile alla presenza italiana, e questo alza di molto i rischi.

Rischio più immediato e diretto, la possibilità di reazione degli scafisti che gestiscono il traffico di esseri umani. In molti casi sono gruppi legati a organizzazioni terroristiche, con forte capacità finanziaria e allo stesso tempo privi di scrupoli: il timore è che possano organizzare incidenti, cioè naufragi preordinati in gran numero, per portare al limite le unità libiche e costringere all’intervento umanitario quelle italiane, con serio pericolo di provocazioni. Insomma, operazione facile da invocare dal salotto di casa, il ‘Blocco navale’ da Transatlantico parlamentare e segreterie di partito, ma i problemi sul campo, i rischi sul mare, sono ben altra cosa.

Regole di ingaggio

Ma cosa sono questa ‘Regole di ingaggio’ su cui tanto si insiste? Le regole di ingaggio definiscono, nelle azioni militari e di polizia, quando, dove e come le forze in campo debbano essere utilizzate.
Detto altrimenti, sono le direttive emanate dall’autorità militare (su mandato del Parlamento), che descrive e precisa le circostanze e limiti in cui le forze operative possono scontrarsi con forze nemiche. Insomma, quando puoi sparare, dove e contro chi.
Le regole di ingaggio sono vitali per la riuscita di qualunque operazione, spiegano i militari.

Procedura delle quattro S
Un esempio di regole di ingaggio è la procedura delle quattro S, seguita dall’esercito americano ai posti di blocco, allo scopo di fermare un’auto o un qualsiasi veicolo ritenuto pericoloso.
Le quattro fasi sono:
1) Shout (grida): i soldati, a 150 metri di distanza segnalano al conducente di fermarsi, attraverso segnalazioni manuali, grida, segnali luminosi;
2) Show (mostra): a 100 metri dal posto di blocco il conducente del veicolo viene colpito da un laser verde, per costringerlo a rallentare;
3) Shove (allontana): nel caso l’auto non avesse ancora rallentato, i soldati sparano alcuni colpi in aria;
4) Shoot (spara): quando il veicolo giunge alla pericolosa distanza di 50 metri, i soldati si ritengono autorizzati a sparare al fine di neutralizzare (se necessario anche ferire e uccidere) il presunto aggressore.

Potrebbe piacerti anche