martedì 20 Agosto 2019

Ora l’Italia sbarca ufficialmente in Libia

Missione italiana in acque libiche, ha chiesto Serraj ieri a Roma, e il SI italiano è arrivato di corsa, anche se dovrà decidere il Parlamento e se in mezzo ci sono molto problemi da risolvere. Almeno sei navi militari, aerei e droni. Comando congiunto con Tripoli, una nostra task-force a terra. Obiettivo: bloccare barconi e scafisti a ridosso delle coste, lasciando nelle retrovie le imbarcazioni di soccorso delle Ong

Gara tra Francia e Italia su chi è più decisionista: Macron invita a casa i due principali contendenti libici? E noi andiamo direttamente con i nostri militari a casa loro, navigheremo nel mare libico e sbarcheremo sulle sua sponde a bloccare i barconi e scafisti, e lo faremo di corsa. ‘Una nave «comando» e almeno cinque navi leggere per pattugliare le acque libiche e fornire supporto ai mezzi della guardia costiera locale’, dettaglia il Corriere della Sera, in assenza di qualsiasi dichiarazione ufficiale. Fayez al-Sarraj ieri e Roma ufficializza, ma la missione militare italiana era stata richiesta del premier libico con una lettera del 23 luglio scorso e dopo un ancora precedente tira e molla. Insomma, se ne parlava da qualche tempo e ora -forse-si parte.

Si parte come e a fare cosa?

«Il consiglio dei ministri potrebbe esaminare già domani la delibera preparata dallo staff del ministro della Difesa Roberta Pinotti in coordinamento con i colleghi di palazzo Chigi, Interno ed Esteri», scrive Fiorenza Sarzanini, sempre sul Corriere. Di corsa e a rotta di collo, nel tentativo -pare di capire- di ottenere l’approvazione del Parlamento prima della pausa estiva, anche se i nodi da sciogliere sono molti ne le decisioni da prendere non sono facili. Problemi operativi complessi, si parla di mobilitare numerosi mezzi navali ed aerei, strumenti complessi, costosi, e di schierare per condurre il tutto forse sino a un migliaio di militari.

Chiaro appare l’obiettivo: fermare le partenze dei migranti dalle coste della Libia e ridurre di fatto in retroguardia le Ong che al momento hanno conquistato il predominio nelle operazioni di soccorso e salvataggio di chi si imbarca su gommoni e pescherecci di precarietà assoluta e a elevato rischio naufragio pur di raggiungere l’Italia sulla strade per l’Europa più ricca. Per controllare e dare indicazioni per fermate in mare tutto questo, è stato previsto di utilizzare nel controllo del Mediterraneo anche aerei, elicotteri e droni.  Un’operazione che potrebbe impegnare tra i 500 e i mille uomini.

Coma la missione Alba. Il modello citato da utilizzare, quello della «missione Alba» di 20 anni fa, quando riuscimmo a frenare il flusso migratorio dall’Albania alla Puglia. Fenomeno ben diverso per dimensione di disperati in campo e di Paese coinvolto. L’Albania francobollo e popolazioni solo locali su imbarcazioni caretta ma vere, rispetto alla coste desertiche e prive di ogni controllo della Libia e a profughi da altri Paesi che in Libia già vivono l’inferno. ‘Missione Alba’, esempio un po’ dubbio anche sulla memoria storica, visto che in quelle operazioni e in quel 1997, con una corvetta della Marina affondammo la barcarola albanese Kater I Rades e morirono 108 persone.

Dettagli senza paternità: ‘I mezzi schierati in mare saranno una nave di grandi dimensioni come la San Giorgio o la San Marco, e altre leggermente più piccole. A bordo ognuna avrà tra i 50 e i 200 uomini’. Entro qualche giorno il governo di Tripoli definirà l’area di intervento e questo consentirà di individuare l’assetto più idoneo. Sul terreno, ‘una task force che dovrà coordinarsi con il comando libico per guidare le operazioni in mare, coordinare i vari interventi, e soprattutto «coadiuvando le forze locali nello controllo dei confini per sostenere le prerogative della sovranità dello Stato». Insomma, facciamo noi la guardia costiere, che è meglio per tutti.

Regole di ingaggio. La tutela del personale militare in territorio straniero. Proposto alla Libia il modello «Sofa» della Nato, che concede ai militari presenti nei Paesi ospiti la massima immunità possibile rispetto alle leggi locali. Le navi dovranno fermare le imbarcazioni che tentano di oltrepassare il confine libico, ma «non effettueranno respingimenti». Dunque, in caso di pericolo salvataggio e trasferimento degli stranieri a terra, ma il Libia. Da ottenere, la garanzia che il trattamento alle persone rimpatriate sia rispettoso dei diritti umani. Una condizione che il governo di al-Sarraj dovrà garantite, ma sopratutto, che  l’Onu, Unhcr in questo caso, dovrà verificare.

Ong in seconda linea. Con l’arrivo in acque libiche della marineria dello Stato, regole o non regola concordare con le Ong, tutto questo porterà inevitabilmente a una riduzione dell’impegno delle navi delle navi umanitarie, e proprio di questo si tornerà a parlare nella riunione fissata domani al Viminale. La linea è quella di convincere i responsabili a sottoscrivere il codice di comportamento «unica strada per rimanere all’interno di un sistema di gestione dei flussi migratori. Se così non sarà si impedirà loro di attraccare nei porti italiani». Dal ministero degli interni insomma, linea dura e catena di interventi governativi collegato l’uno all’altro. Sperando che nessuna maglia  si rompa.

Dubbi e incertezze. Non è chiaro se si tratta di una sorta di blocco navale in tutte le acque libiche, o più probabile solo in quelle della Tripolitania (per la Cirenaica Haftar che ne dice?), quasi una sostituzione italiana della corrotta guardia costiera libica? Come osserva lo storico Del Boca in una intervista al Manifesto, «La pace nella Libia somalizzata dall’intervento militare occidentale che ha mandato in frantumi un lavorìo di 42 anni per tenerla insieme, non può avere come interlocutori soltanto due protagonisti. Le forze in campo sono molte di più. A cominciare da quelle internazionali, perché la Libia è diventata il cuore del neocolonialismo mondiale».

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