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lunedì 20 Gennaio 2020

Un altro Regeni di 19 anni torturato e ucciso in Egitto

Questa volta è toccato ad un ragazzo egiziano di 19 anni, torturato ed ucciso, il cui corpo è stato abbandonato per strada come fu con quello di Giulio Regeni.
Tharwat Sameh era stato arrestato il 22 luglio. Coinvolto nel caso il poliziotto delle indagini sul ricercatore italiano.

«L’hanno torturato e ucciso come fosse un egiziano», disse Paola Regeni dopo il ritrovamento del cadavere di suo figlio Giulio diciotto mesi fa. Perché i sequestri e le torture nei confronti dei giovani dissidenti in Egitto erano a sono all’ordine del giorno. E le torture, un anno e mezzo dopo Giulio, continuano, assieme alle vittime. Ieri l’ennesimo giovane egiziano è stato ritrovato morto, con segni di percosse e bruciature sul corpo. Tharwat Sameh aveva 19 anni. Il 22 luglio era stato prelevato a casa dalla polizia. Tre giorni dopo il cadavere è stato rinvenuto sul ciglio di una strada nel deserto, nel governatorato di Fayoum, a sud del Cairo.

Il caso, riportato dalla stampa locale e dall’agenzia «Nova», ha alcuni particolari in comune con l’omicidio irrisolto di Regeni. Il collegamento che salta agli occhi -segnala Viviana Mazza sul Corriere- è che il direttore della sicurezza di Fayoum è oggi Khaled Shalaby, lo stesso poliziotto che 18 mesi fa era l’investigatore capo nel governatorato di Giza, dove fu trovato il corpo di Regeni. Shalaby, già condannato nel 2003 per tortura ma la sentenza era stata sospesa. Allora dichiarò che la morte di Regeni sembrava frutto di un incidente stradale, ma fu subito smentito dall’autopsia. Ora le autorità affermano che «tre ignoti» avrebbero picchiato a morte Sameh.

Nonostante le richieste, gli investigatori italiani non sono mai riusciti a interrogare Shalaby che, nel frattempo, è stato promosso e trasferito a Fayoum. Quest’ultima è una roccaforte della Fratellanza Musulmana, che dopo il rovesciamento del presidente Mohammad Morsi nel 2013 è stata dichiarata un’organizzazione terroristica, e molti membri sono stati uccisi, arrestati, condannati a morte. Dai dati raccolti dalle Ong egiziane -oltre 730 sparizioni forzate per mano delle forze di sicurezza tra il 2015 e il 2016-, sappiamo che molti «desaparecidos» sono accusati di appartenere alla Fratellanza Musulmana, ma ci sono anche dissidenti laici o persone senza legami politici.

Secondo gli attivisti, Sameh potrebbe essere il secondo caso in una settimana: il 18 luglio Gamal Aweida, 43 anni, cristiano copto, è stato arrestato. 15 ore dopo la polizia ha comunicato alla famiglia la sua morte e la sezione locale di Amnesty International sospetta che sia stato torturato dalle forze di sicurezza, che «non temono conseguenze delle proprie azioni, dopo anni di impunità». Le denunce degli attivisti giungono mentre a Bruxelles, per la prima volta dopo la rivoluzione egiziana del 2011, si è riunito il consiglio di associazione Ue-Egitto, rinnovando per i prossimi tre anni la partnership per la lotta al terrorismo, il controllo dei flussi migratori e la crescita economica.

Per fortuna la rappresentante per la politica estera dell’Ue Federica Mogherini s’è ricordata di Regeni e ha espresso preoccupazione per la violazione dei diritti umani e la repressione delle Ong in Egitto. «Il caso Regeni è una priorità non solo per l’Italia ma per l’Europa». Il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry ha replicato che la soluzione è «di interesse reciproco», ma il Cairo continua a negare che le sparizioni forzate siano una pratica sistematica dei suoi apparati di sicurezza. Non è d’accordo la sezione italiana di Amnesty, che chiede al premier Paolo Gentiloni che il nostro ambasciatore non torni al Cairo in assenza di passi avanti «nella ricerca della verità per Giulio Regeni».

Al Sisi, blindato dall’esercito

L’ex generale e presidente al Sisi, è saldamente al comando dell’Egitto, lanciato verso un raddoppio del suo mandato quadriennale. Improbabile una spallata di piazza da parte dei Fratelli musulmani nonostante le proteste per le isole del Mar Rosso cedute all’Arabia saudita come suggello di un’alleanza alla ricerca di migliori rapporti con l’Occidente. È il quadro tracciato dal “Jane’s Information Group”, controllata della società di consulenza londinese Ihs-Markit, nel quarto anniversario della “rivoluzione”, o “colpo di Stato” a seconda dei punti di vista -precisa il corrisponde Ansa Rodolfo Calò- che nel 2013 portò alla deposizione del presidente espressione dei Fratelli musulmani, Mohamed Morsi.

“Il presidente Sisi considera sicura la propria posizione ed è probabile che si presenti per una rielezione nel 2018 con l’appoggio dei militari”, scrive l’analista Jack Kennedy nell’ “IHS Jane’s Intelligence Weekly”. “Dimostrazioni di massa contrarie improbabili sotto lo stato di emergenza”.
Il riferimento è alle disposizioni speciali antiterrorismo che sono state varate il 10 aprile, il giorno dopo due attentati kamikaze compiuti contro chiese cristiane a Tanta ed Alessandria causando quasi 50 morti e almeno 120 feriti nel più sanguinoso attacco contro i copti nella storia recente. Lo Stato di emergenza, sotto cui peraltro l’Egitto ha già vissuto per 44 degli ultimi 50 anni, è stato prolungato di altri tre mesi il 22 giugno.

 

CATTIVI PENSIERI
di Mimmo Lombezzi

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