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giovedì 21 Novembre 2019

Libia, teatrino francese e accordo sui disaccordi

Incontro Sarraj-Haftar a Parigi, «accordo storico», la spara grossa il padrone di casa Macron. Accordo per cessate il fuoco ed elezioni, e lui fa finta di crederci. La Francia torna in Libia dopo quel bel regalo che ha fatto al mondo l’ex presidente Sarkozy nella sua guerra contro Gheddafi in odore di petrolio. Dopo i problemi con l’esercito, ‘le president’ cerca il rilancio. Gli interessi economici, i giochi sporchi dietro.

Vanità imperdonabile, sparare la definizione di «accordo storico» per il semplice incontro tra due ex stretti collaboratori di Gheddafi, oggi in corsa tra loro per prenderne il posto. «Ora la pace può vincere», azzarda ancora il giovane successore di Sarkozy che di Libia se n’era drammaticamente occupato nel 2011. Incontro Sarraj-Haftar a Parigi per fare vetrina. Merce esposta, «Accordo per cessate il fuoco ed elezioni politiche». D’ora in avanti in Libia si sparerà solo contro i terroristi, peccato che ogni fazione ha i suoi terroristi preferiti, e peccato che di elezioni politiche da tutti invocate si parli dalla caduta di Gheddafi.

18:30 di ieri nel castello di La Celle Saint-Cloud, alle porte di Parigi. Il leader trentanovenne si presenta dinanzi ai media affiancato dai due ospiti antagonisti, il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli Fayez al-Sarraj (regnante a malapena a Tripoli), e il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar (padrone della Cirenaica), riuniti per la prima volta in terra europea dopo Abu Dhabi ed Egitto. Molto celebrativo, ma la sostanza?
In Libia ci sarà (forse) una tregua e (speriamo) nuove elezioni. Cessate il fuoco da imporre alle mille bande armate ed elezioni addirittura già «la prossima primavera», illude Macron.

Che alla fine ringrazia Sarraj e Haftar, per le «promesse fatte oggi». Promesse, appunto. Sul terreno la situazione rimane catastrofica e la strada per una reale svolta è molto lontana dal castello di La Celle Saint-Cloud. Perchè nessuno, nemmeno a Parigi, crede veramente che i due riusciranno / vorranno realmente definire / concordare quali siamo da intendere come i veri terroristi da combattere e quelli un po’ meno terroristi amici loro. Poi il problema del ‘Chi comanda che’. Mai il generale Haftar, dopo ipotetiche elezioni accetterebbe di sottoporre le ‘sue forze armate’ al controllo di un potere civile altro.

Quindi cosa è accaduto a Parigi veramente? Affari di Stato. Nel senso di bottega. La Francia, accusata oggi di essere stata ambigua nella politica di intervento in Libi, sostenendo prima la caduta di Gheddafi e il diffondersi delle formazioni islamiste, per poi schierarsi dalla parte opposta, col generale Haftar, l’Egitto, ed Emirati Arabi, e interessi economici collegati.
Noi la leggiamo come ambiguità e opportunismo, loro la chiamano ‘real politik’, datto però in francese.  La Francia è interessata al potenziale economico della Libia, e quindi decide di sostenere di volta in volta gli schieramenti che meglio potrebbero servire gli interessi di Parigi.

La Francia simula di rispettare il riconoscimento Onu al governo di al Serraj a Tripoli, ma crea le condizioni per l’ingresso di Haftar nello scenario politico libico. Haftar a cui non interessa negoziare con al Serraj la creazione di un esercito nazionale sotto il suo comando ma subordinato al potere politico del premier. Perché Ad Haftar -rileva Nicola Pedde, Direttore Institute of Global Studies- interessa diventare il nuovo Raìs della Libia. Di facciata, il rispetto degli accordi in sede Onu, mentre quasi tutti cercano di nuovo l’uomo forte. A difesa dell’Italia negletta e umiliata dalle furberie di Macron. Innegabile l’handicap Alfano. Ma Parigi non crederà certo che l’Italia non abbia da tempo i suoi solidi rapporti con Haftar. La politica estera non è solo Farnesina e castelli.

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