mercoledì 19 giugno 2019

Siria, quell’incredibile comando russo-americano

È stato stabilito a Izra, nel sud-ovest, ed è mascherato dalla presenza delle unità della Settima divisione di Damasco. Continua la stretta collaborazione tra Putin e Trump, entrambi decisi a fare rispettare il Patto sull’Eufrate

Ecco scoperta la “cripta” degli incontri carbonari. No, non parliamo di luoghi sordidi e grigi, illuminati solo dal chiarore tremolante delle candele, mentre gli adepti di chissà quale organizzazione segreta tengono i loro riti. Ci riferiamo, invece, alla località “ultra-anonima” dove Stati Uniti e Russia hanno creato un comando unificato del fronte sud-est della Siria (mascherato grazie alle baracche di acquartieramento dei soldati di Damasco). Per la prima volta, gli analisti occidentali hanno rivelato quello che ormai è diventato il segreto di Pulcinella: e cioè che la Casa Bianca e il Cremlino per quanto riguarda il Medio Oriente e, in particolare, la guerra civile siriana, si dividono, senza pestarsi i calli, anche i pani e i pesci.

Il Comando supremo delle due superpotenze, alleate come non mai, alla faccia di tutte le pantomime e di tutti i falsi conflitti fabbricati a tavolino, si trova nella città di Izra (45.000 abitanti) ed è stato scelto con una visione geostrategica accurata. Si trova, infatti, piazzato in posizione quasi baricentrica tra la guarnigione statunitense di Al Tanf e la base aerea russa di Kirbath Ras al-War. Nel centro della cittadina è posizionato anche il quartier generale della Settima divisione di Assad, il padre-padrone di Damasco. Mimetizzati tra i blindati dell’unità corazzata governativa, si muovono gli strateghi dell’ex armata Rossa e dell’Us Army, intenti a disegnare mappe e a elaborare blitz e piani di intervento che evitino qualsiasi scontro “fratricida”.

Il posto si trova in un perfetto cross-road, tra Daraa, il confine giordano e il Golan. È stato proprio a Izra che gli alti comandi delle due superpotenze e gli specialisti della diplomazia hanno elaborato nei minimi dettagli i piani di “appeasement” per il sud-ovest della Siria, che sono stati discussi ad Amburgo da Putin e da Trump. I due capi di Stato hanno convenuto che la tregua in quest’area della Siria e il cosiddetto “Patto dell’Eufrate” reggeranno se si riuscirà a garantire il cessate il fuoco nei tre distretti “sensibili” di Daraa, Quneitra e al-Suweida. Proprio per questo è stata decisa la creazione di un comando unificato che evitasse possibili incomprensioni e disfunzioni nelle rispettive catene gerarchiche.

Insomma, meglio comandare assieme, che fare la guerra l’uno contro l’altro, sottoponendosi a un “risiko” non necessario. Contrariamente ad alcuni rumours, il “Russia-gate” che sta affliggendo le giornate (e forse più ancora le nottate) del Presidente Trump, non ha ancora avuto un effetto mortifero sull’intesa con Putin. O, almeno, le note toccate dai recenti articoli di stampa non hanno influito più di tanto sulla collaborazione tra russi e americani, che come vecchi compari si dividono pane e companatico.
Certo, gli specialisti di geo-strategia e gli esperti di diplomazia si chiedono come sia possibile far digerire cotanto “fritto misto” nel sud ovest della Siria, dove i sunniti si mischiano disordinatamente agli sciiti, gli americani fanno finta di azzuffarsi con i russi e poi ci vanno a cena insieme, i giordani siglano patti segreti con Damasco, gli iraniani ed Hezbollah dormono tra due cuscini perché nessuno li tocca (almeno finora) e gli israeliani minacciano fuoco e fiamme, alzando il prezzo della loro collaborazione con la nuova Amministrazione repubblicana.

Prezzo da gettare come la spada di Brenno sul piatto della bilancia in un momento successivo, magari quando si discuterà con Trump degli insediamenti nei territori occupati e della politica di colonizzazione delle aree arabe (che avrebbero dovuto restare off limits) ma che prosegue imperterrita sotto la spinta del nuovo governo Netanyahu, dove Avigdor Lieberman fa la voce grossa. Comunque sia, Washington e Mosca sembrano sempre più preoccupate di riportare un minimo di vivibilità nella regione, anche per alimentare le economie dei Paesi coinvolti, che hanno toccato il fondo. In particolare, la Giordania boccheggia per il drastico taglio degli scambi commerciali con gli Stati confinanti, a cominciare dalla Siria.

Si sa, quello che non può la pietà verso i morti, spesso è reso possibile dall’amore verso i dollari. Così Putin è Trump si sono messi in testa di rianimare le popolazioni locali, pompando risorse. Un ruolo fondamentale in questo gioco, come dicevamo, è quello del commercio in tutte le sue forme: dagli scambi più sofisticati fino al baratto, arte in cui gli arabi sono maestri da secoli. Può sembrare un paradosso (mica tanto), ma forse proprio il dio denaro, in quelle martoriate contrade, finirà per mettere tutti d’accordo.

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