• 19 Febbraio 2020

Mafia dopo Borsellino, vigliacchi e perdenti

Un altro 22 maggio alla Ziza
Una data simbolo e non solo, quel 22 maggio, 25 anni dalla strage di Capaci in cui furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Quel 22 maggio 2017, nel quartiere Zisa di Palermo, la mafia forma a sparare. Due colpi di calibro 44 contro il boss Giuseppe Dainotti, da pochi medi fuori di galera. La mafia non premeva il grilletto da tre anni, due mesi e dieci giorni, precisa il giornalista Lorenzo Tondo su Internazionale. Ne approfittiamo anche noi, pescando alcuni dati significativi e decisamente poco noti sulla mafia 2017 in Sicilia.

Cosa nostra e la crisi
I boss controllano ancora molte delle attività commerciali ed economiche sull’isola, ma è anch’essa una ‘impresa in affanno’. ‘Schiacciata dalla crisi, decimata dagli arresti e dai pentiti, imbottita di spie e microspie, a corto di soldi e soldati, orfana di capi e costretta a dividere gli affari con le nuove gang straniere, cosa nostra non è di certo più la stessa’, ci viene detto. Esempio: le inchieste della procura di Palermo hanno svelato l’uso sempre più diffuso del “pizzo a rate”. I boss costretti a chiederlo a rate e ad abbassare le pretese, chiedendo cifre “modeste” agli imprenditori, con il rischio sempre maggiore di essere denunciati.

Picciotti al consumo
Dal 1990 a oggi la polizia ha arrestato più di quattromila mafiosi siciliani, più di 200 si trovano in carcere col 41bis. Relazione 2015 della direzione investigativa antimafia, l’esercito di cosa nostra nel palermitano sarebbe di 2.366 uomini. Un altro elenco degli inizi del 1999 ne contava più di tremila. Gli omicidi commessi da cosa nostra nel 1992 furono 152, nel 2007 erano nove, zero nel 2016. «È molto probabile che questa mafia sia la mafia più debole mai esistita in Sicilia», spiega Salvatore Lupo, docente all’università di Palermo e autore con Giovanni Fiandaca del libro ‘La mafia non ha vinto’.

Business Mafia, fine di un impero
L’ultimo rapporto sui ricavi delle mafie in Italia risale al 2013, del centro Transcrime e della università Cattolica di Milano. Secondo i calcoli dei ricercatori, nel 2007, 10 anni fa esatti, Cosa nostra aveva guadagnato in tutta Italia circa 1,874 miliardi di euro. Bella cifra, ma spiccioli se paragonati ai ricavi degli anni novanta, quando solo a Palermo il business della mafia superava i due miliardi. Ed il paragone con il business delle altre associazioni criminali è impietoso: la ‘ndrangheta calabrese porta a casa 3,491 miliardi anno, i camorristi napoletani 3,750. Praticamente il doppio dei guadagni dei criminali siciliani.

Crisi edilizia e droga
Negli anni d’oro della mafia, il sindaco Vito Ciancimino rilasciò solo nel capoluogo siciliano 4.500 concessioni edilizie. Il giro d’affari dell’edilizia mafiosa faceva girare in città tremila miliardi di vecchie lire. Anni Settanta, quando la droga si faceva in casa, con la morfina acquistata in Svizzera, trasportata via mare a Palermo e lavorata nelle centinaia di raffinerie nascoste in provincia. Allora, il 30 per cento dell’eroina consumata negli Stati Uniti era made in Sicily. Dati di Sergio Lari, attuale procuratore generale a Caltanissetta, responsabile delle indagini sulle stragi di Capaci e di via d’Amelio.

Crisi di soldi e di uomini
I conti in rosso strangolano gli affari, e i boss puntano sulla droga per rimanere a galla. Ma ormai gli equilibri sono oltre lo stretto di Messina. Le tonnellate di cocaina riversate nelle strade di Palermo e Catania, come dimostrano le recenti inchieste, fanno il percorso inverso, arrivano dalle province di Reggio Calabria, Cosenza e Crotone. Sono i capibastone della ‘ndrangheta che volano a Bogotá in Colombia e ad Acapulco in Messico. Ai boss dell’isola non resta che trattare con le nuove gang straniere, primi tra tutti i nigeriani. Una novità che non è piaciuta a molti negli stessi clan mafiosi.

Mafia straniera in casa
«In Sicilia adesso lavora una struttura criminale straniera, che si sta espandendo. Tutto ciò sarebbe stato impensabile in passato», spiega Leonardo Agueci, procuratore aggiunto a Palermo, citato da Lorenzo Tondo. «La verità è che il siciliano non è più l’unica lingua dei criminali in Sicilia», sottolinea efficacemente il giovane giornalista. Nel mondo dell’illegalità oggi si parla romeno, georgiano, nigeriano e perfino cinese. Una situazione inimmaginabile fino alla fine degli anni ottanta, quando nomi come Bernardo Provenzano o Leoluca Bagarella, per non dire Riina, bastavano a terrorizzare chiunque.

Boss in crisi
Provenzano morto, Riina in fin di vita, resta Matteo Messina Denaro. Ma anche lui è datato. Rosalba Di Gregorio, tra le più rinomate avvocate palermitane che ha difeso Provenzano ai tempi del maxiprocesso, descrive una «mafia allo sbando, fatta di personaggi che ai tempi del maxi si faceva fatica a chiamare boss. Uomini che quando escono dal carcere si danno arie da padrini». Per poi rischiare di finire come Giuseppe Dainotti, il 22 maggio di quest’anno al quartiere Ziza. Il procuratore Agueci parla di uomini d’onore con uno spessore umano e un carisma molto ridimensionato rispetto ai vecchi mafiosi.

L’assenza di un capo
Matteo Messina Denaro che Riina avrebbe voluto come suo successore è rappresentato spesso come una sorta di super padrino, sanguinario e spietato, che tiene in mano le redini criminali della Sicilia. Non è così, spiega Sergio Lari, procuratore generale di Caltanissetta. «Messina Denaro è l’ultimo dei mohicani della vecchia mafia, capo del mandamento di Castelvetrano e probabilmente padrino dell’intera provincia di Trapani. Ma di certo non è il capo di cosa nostra. Innanzitutto, perché non è palermitano, e quella carica spetta in genere ai palermitani. E poi perché la cupola in Sicilia non esiste più».

Senza capi né soldi
Economia mafiosa in crisi e assenza di strategie, molti sono tornati alle origini. Nascosti tra le montagne dei Nebrodi, tra i boschi delle Madonie, un gruppo di vecchi e nuovi boss tenta di ripartire da zero, dalle campagne, dove tutto era cominciato. Furti di macchinari agricoli e di bestiame, incendi, racket sulla macellazione. La chiamano “mafia del bestiame”, la nuova mafia che torna a quella più vecchia, racconta Lorenzo Tondo. «Come se cosa nostra, spinta dalla crisi del cemento e degli appalti, si fosse ritirata nelle campagne per continuare affari sensibilmente ridotti», spiega il giudice Lari.

Grazie a Falcone e Borsellino
«Ci sono voluti più di quarant’anni per costringere la mafia delle raffinerie d’eroina, della pizza connection, degli appalti e degli omicidi quotidiani, ad abbassare la cresta. Quarant’anni di arresti, inchieste, battaglie e vittime, per costringere i boss ad arretrare. Forse, dopo quarant’anni, è arrivato il momento di ammettere che la mafia che girava con automobili di lusso e comprava ville, oggi, come Dainotti, si muove e muore in bicicletta. E dai boss in doppiopetto siamo agli ‘annacati’, gente che compie il massimo del movimento con il minimo risultato, gente che ondeggia, che si ‘annaca’ come in una danza: macabra, ma inefficace, per fortuna».

rem

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