lunedì 25 settembre 2017

È un foreign fighter francese il successore di al-Baghdadi

Abu Bakr al-Baghdadi, precariamente vivo o molto più probabilmente morto, avrebbe già un successore alla guida dello Stato Islamico: il tunisino Jalaluddin al-Tunisi, attuale leader del gruppo terrorista in Libia. La notizia è stata diffusa dall’emittente saudita Al Arabiya, secondo cui Jalaluddin al-Tunisi è tra i pochi leader rimasti ed è “il più qualificato a prendere il posto di al Baghdadi”. Il suo vero nome è Mohamed Ben Salem Al-Ayouni.

Stato Islamico, come pomposamente si è autodefinito, o Isis per i più, sconfitto sul campo di battaglia aperto, privilegia sempre di più l’arma del terrorismo per colpire in campo avversario. E chi meglio di un capo politico militare cresciuto nel cuore di uno dei principali Paesi avversari?
Nuovo Califfo con scuole e passaporto francese.
Mohamed Ben Salem Al-Ayouni, nato in Tunisia nel 1982 nella regione di Msaken, sulla costa a sud di Hammamet, emigrato in Francia negli anni ’90, dove ottiene la cittadinanza prima di rientrare in Tunisia nei giorni della rivoluzione. Fino a diventare Jalaluddin al-Tunisi.

E non è certo un aspetto marginale, la cittadinanza europea del nuovo leader dello Stato Islamico scelto forse su ispirazione dello stesso Califfo di vita incerta, soprattutto dopo i ripetuti allarmi su nuove possibili attacchi terroristici in Europa in parallelo con le sconfitte militari dell’Isis sui campi di battaglia del Medio Oriente.

Come e quando il 35enne cittadino francese Mohamed Ben Salem Al-Ayouni diventa Jalaluddin al-Tunisi, capo militare Isis molto vicino al Califfo al-Baghdadi.
Nel 2011 Jalaluddin parte volontario per combattere il jihad in Siria. Nel 2014, dopo la proclamazione dello Stato Islamico da parte di Baghdadi alla Grande Moschea di Mosul, al-Tunisi decide di unirsi all’Isis. La sua prima apparizione sui media avviene attraverso un video girato proprio nel 2014, da cui è tratta l’immagine di copertina.

Lo scorso anno, dopo la disfatta dell’Isis a Sirte, al Baghdadi lo nomina Emiro dell’organizzazione in Libia, perché – riferisce sempre Al Arabyia – credeva fosse in grado di vincere e garantire la presenza dell’organizzazione, ma anche per i suoi buoni rapporti con altre organizzazioni estremiste attive in Nord Africa, prima fra tutte, Okba Ibn Nafaa, affiliata ad al-Qaeda.

Al-Baghdadi più morto che vivo

Restano dubbi, almeno a Washington, circa la morte di al-Baghdadi, confermata da Damasco, poi da Mosca, dallo stesso Isis e anche da ‘Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria’, ong vicina ai ribelli anti-Assad, con sede a Londra ma con una vasta rete di informatori in Siria.
Ancora ieri il capo del Pentagono James Mattis ha espresso molta cautela, affermando di non avere elementi certi sulla morte di al-Baghdadi sulla cui testa gli Stati Uniti hanno posto una taglia da 25 milioni di dollari.
Stando a ciò che a noi è noto, a chiedere di incassare qui milioni potrebbe essere il pilota russo che ha lanciato gli ordigni che a fine maggio avrebbero ucciso il Califfo alla periferia di Raqqa.

Dal mondo delle ipotesi ad una qualche certezza strategica che ci riposta al nuovo presunto Califfo, Jalaluddin al-Tunisi.
Proprio il Nord Africa sarebbe in cima alla lista delle regioni dove l’Isis vorrebbe espandersi, o in qualche modo sopravvivere, dopo le sconfitte in Iraq e Siria.
La Libia, in particolare, può garantire un rifugio sicuro per organizzarsi, reclutare e addestrare nuovi affiliati, sfruttando la persistente debolezza politica e istituzionale di un Paese ancora diviso e sostanzialmente nel caos.

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