lunedì 25 settembre 2017

Le armi chimiche dei cattivi e i gas mortali dei ‘buoni’

NON SOLO ASSAD, NON SOLO ISIS – Esiste ad esempio una Italia top secret delle armi chimiche. Migliaia di tonnellate di bombe letali prodotte dal fascismo. Finite in mare davanti Ischia e la Puglia. Dove continuano a seminare i loro veleni.
Italiani avvelenatori il Libia ed Etiopia, ora sulla salute degli italiani alle porte di Roma, alla periferia di Milano, nel golfo di Napoli, nel mare di Bari, sulla costa di Pesaro, sulle rive del Lago Maggiore, nei fiumi d’Abruzzo. Ovunque.
Ma non è questo il tema oggi. La storia recente delle armi chimiche, attualità ancora oggi nel conflitto in corso in Siria, le usi Assad o le usino i ribelli più o memo integralisti.

Quando gli italiani non furono ‘brave gente’
Pietro Badoglio in Africa orientale durante la Guerra d’Etiopia, venne inserito nella lista dei criminali di guerra dell’ONU su richiesta dell’Etiopia ma non venne mai processato.
Rodolfo Graziani, soprannominato dagli arabi “Il macellaio di Fezzan”, venne inserito dall’ONU, su richiesta dell’Etiopia, nella lista dei criminali di guerra per l’uso di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa, ma non venne mai processato.
Per la conduzione della guerra coloniale in Etiopia, furono segretamente sbarcati in Eritrea 270 tonnellate di aggressivi chimici per l’impiego ravvicinato, 1000 tonnellate di bombe caricate ad iprite per l’aeronautica e 60 000 granate caricate ad arsine per l’artiglieria.

La storia delle armi chimiche

di Giovanni Punzo

Il primo impiego bellico di gas asfissianti risale al 1915 da parte della Germania sul fronte occidentale. Cloro contenuto in bombole trasportate in prima linea e semplicemente aperte per sversare la sostanza attraverso dei tubi puntati contro il nemico. Ma la data precisa dell’inizio della «guerra chimica» vera e propria è del luglio 1917, ancora una volta nei dintorni della città di Ypres, e sempre da parte di truppe tedesche.
Da questa città e da questo secondo episodio prese il nome infatti uno dei più terrificanti aggressivi chimici mai realizzati, ovvero l’iprite, conosciuta anche nei paesi anglosassoni come ‘mustard gas’ a causa dell’intenso e pungente odore che la caratterizza.
La novità rispetto il cloro introdotta dal composto consisteva nel fatto che l’iprite penetrava attraverso la pelle e – pur non conducendo sempre alla morte se non in grandi quantità – un contatto diretto o anche una breve esposizione erano sufficienti a provocare gravissime ulcerazioni alla pelle e molto spesso la cecità.

Le normali protezioni dei soldati, le maschere anti-gas, si rivelarono del tutto inefficaci. Il bilancio di quel primo impiego fu devastante: nelle tre settimane che seguirono, i servizi sanitari censirono 14.000 feriti dei quali circa 500 morirono. Altra innovazione di quel lontano luglio 1917 fu l’impiego con granate d’artiglieria: oltre ad essere più maneggevoli e sicure delle bombole di cloro, si potevano colpire gli obiettivi con maggior precisione rispetto una nuvola lanciata in balia dei venti che poteva essere dispersa o invertire malauguratamente la direzione.
Entro la fine della guerra entrarono in uso quindi altre diverse sostanze, tutte caricate in granate che per essere riconosciute erano contrassegnate da una croce in colori diversi. Il verde distingueva quelle che agivano sui polmoni come il cloro e il fosgene; il bianco i semplici lacrimogeni; il blu le sostanze irritanti delle mucose a base di zolfo e il giallo appunto l’iprite e altri vescicanti.

Oggi l’iprite è considerata appartenente alla prima generazione di armi chimiche, in un certo senso ‘superata’ da altre sostanze ben più devastanti e guardata con lo stesso distacco con cui si osserva un archibugio nella vetrina di un museo, ma da sola essa rappresentò simbolicamente per decenni tutto l’orrore della guerra chimica e nello stesso tempo il punto più elevato dell’ipocrisia occidentale verso questa categoria di armi.
Se da una parte infatti l’iprite ed altri gas erano stati pubblicamente banditi dagli arsenali dei paesi civilizzati, essi tuttavia furono tranquillamente utilizzati nel corso di guerre coloniali da Inghilterra, Francia, Spagna e Italia che nel 1925 si erano impegnate solennemente con la firma della Convenzione di Ginevra a non farne uso.
Quale era il motivo principale del ricorso a questo particolare aggressivo chimico? L’iprite era disponibile in grandi quantità, perché dopo la Prima Guerra mondiale, tutti se ne erano provvisti. In secondo luogo, oltre alla mortalità molto elevata in particolari condizioni di impiego, si trattava un aggressivo ‘persistente’, la cui efficacia cioè continuava nel tempo e rendeva impossibile transitare nelle aree dove era stata impiegata.

Non si trattava infatti di una sostanza gassosa, ma piuttosto di un liquido denso che impregnava anche il terreno sul quale cadeva. In altre parole, senza contare l’effetto psicologico prodotto in generale da questo tipo di guerra, in una situazione di guerriglia si trattava dell’arma più idonea per bloccare i movimenti dell’avversario o impedire l’afflusso di rifornimenti.
Seguendo questa stessa logica, quella cioè di interdire il passaggio in determinati punti, anche l’Unione Sovietica fece uso di sostanze simili per interrompere i rifornimenti alla guerriglia afghana negli anni Ottanta del secolo scorso e pressappoco negli stessi anni sostanze chimiche mortali e simili nelle conseguenze comparvero anche tra le paludi di Bassora contese tra Iran e Irak.

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