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mercoledì 16 Ottobre 2019

Come il riscaldamento globale impoverirà gli Stati Uniti

Dietro le scelte ambientali di Trump. Uno studio pubblicato su Science simula gli effetti del cambiamento climatico. “Se non si porranno rimedi assisteremo al più colossale trasferimento di ricchezza dai poveri ai ricchi nella storia degli Usa” dice uno degli autori. E in alcune aree del Sud il reddito pro capite potrebbe crollare del 25%

Effetto serra: ruba ai poveri per dare ai ricchi

Robin Hood alla rovescia e anche peggio: l’effetto serra rende i poveri più poveri, aggrava le distanze sociali, colpisce soprattutto le aree e le regioni dove la crisi ha lasciato i segni più profondi. E non parliamo di qualche sperduto paese tropicale. Anzi, ci occupiamo del paese più sviluppato al mondo, la frontiera del dibattito sul cambiamento climatico. Gli Stati Uniti di Donald Trump che, da questi dati si svela meno improvvido, pasticcione, di quanto appare o vuol fare apparire, ma molto più figlio di pessime intenzioni.

Processo desertificazione
Uno studio curato da ricercatori delle università di Berkeley, Chicago e Rutgers e appena pubblicato dalla rivista Science. Se la crescita delle emissioni, per colpa anche della ritirata di Trump, non viene rallentata, la temperatura media del globo – dicono le proiezioni – è destinata a crescere fra i 3 e i cinque gradi: il costo sarà paragonabile a quello della Grande Recessione, con la differenza che, poi, la ripresa non arriverà. L’immagine evocata dagli autori per rappresentare l’impatto sull’agricoltura è quella della Dustbowl, la conca di polvere che, negli anni ’30, desertificò intere regioni.

Quello che Trump non legge
Il team di ricercatori valuta che, per ogni grado di aumento delle temperature globali, l’economia statunitense possa perdere 1,4 punti di prodotto interno lordo, con progressione geometrica, ad ogni grado in più, la perdita si appesantisce. Inoltre, la media è consolatoria. Nelle contee più ricche (quasi sempre sulle coste o ai confini con il Canada e, più “fresche”) la perdita di reddito verrebbe contenuta fra lo 0 e il 5 per cento. Ma nel 10 per cento di contee già oggi più povere, dall’Alabama al Kentucky, il reddito verrebbe decurtato dall’8 fino al 25 per cento.

Lotta di classe
Contro il riscaldamento globale che non è tanto o solo battaglia culturale, o ambientale, ma pura battaglia economica. Una volta, si sarebbe detto di classe, annota Maurizio Ricci su Repubblica. Perché l’effetto serra -dice Science- rende i poveri più poveri, aggrava le distanze sociali, colpisce soprattutto le aree e le regioni dove la crisi ha lasciato i segni più profondi. Quindi la decisione del neopresidente di ritirare l’America dagli accordi di Parigi e dall’impegno ad arrestare l’aumento delle temperature è molto di più di un manifesto politico.

Elettori beffati
«Ennesimo tradimento -sempre Ricci- della massa di elettori economicamente deboli che, dal Sud e dal Middle West, hanno portato Trump alla Casa Bianca». A pagare il prezzo più alto del riscaldamento climatico saranno le zone povere e già calde nel quadrato fra Texas, Kansas, Virginia e Florida, dove Trump ha scalato la presidenza. Paradossalmente, assai più al riparo o, anzi, destinate, in qualche caso, a guadagnare da un clima più mite e adatto all’agricoltura, le coste e il Nord, ovvero i territori solidamente democratici fra San Francisco, Seattle, Chicago e New York.

Non sfumature ma sostanza
L’effetto serra, dice lo studio di Science, può mangiare fino al 20 per cento del reddito nelle zone più colpite. «Se continuiamo sulla traiettoria attuale di riscaldamento, assisteremo, – dice Solomon Hsiang di Berkeley – al più colossale trasferimento di ricchezza dai poveri ai ricchi nella storia degli Stati Uniti». Gli autori sono giunti a questa conclusione, utilizzando, per la prima volta, gli strumenti statistici e banche dati usati per valutare i danni sull’agricoltura, la salute, la domanda di energia, provocati dalle temperature più alte, i mutamenti nel regime delle piogge, l’innalzamento dei mari e l’intensificarsi degli uragani.

Ma Trump insiste
Ritorno ed espansione del settore dell’energia nucleare, facilitazione delle richieste per i progetti legati al carbone, l’ok ad un nuovo oleodotto sino in Messico.
«Non vogliamo che altri Paesi ci tolgano la sovranità e ci dicano cosa dobbiamo fare. Noi saremo dominanti. Esporteremo energia americana in tutto il mondo. Si è aperta l’era d’oro dell’America: abbiamo risorse energetiche quasi senza limiti».
Trump ha vantato la deregulation nel settore energetico e difeso la decisione di uscire dall’accordo “unilaterale” di Parigi sul clima: «Credetemi, metteva il Paese in grande svantaggio. Forse un giorno ci torneremo, ma sarà a condizioni più eque».

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