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mercoledì 16 Ottobre 2019

Assedio di Sarajevo e Srebrenica, la Bosnia litiga con la storia

Milorad Dodik, presidente della Repubblica Srpska, l’entità serba della Bosnia, contesta il racconto ufficiale della Bosnia-Erzagovina sull’assedio di Sarajevo e sul massacro di Srebrenica e la parola genocidio.
Polemiche storiche di schieramento e rischio negazionismo.

La provocazione c’è tutta e la stumentalizzazione diventa facile. I serbi bosniaci non accetteranno le tesi sull’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica scritte da una parte a loro avversa ed allora in conflitto. Messa così, non è poi lo scandalo che potrebbe apparire.
Parliamo del racconto delle tragedie bosniache nella guerra degli anni Novanta scritto sui libri scolastici dal governo della Bosnia Erzegovina, maggioranza croato musulmana contrapposta alla Repubblica Srpska, ‘entità’ serba della Bosnia nella folle struttura costituzionale inventata col cessate il fuoco di Dayton, Usa, e da allora sempre in attesa di una pace vera e di una costituzione ragionevole che provi ad unificare popoli e culture in un progetto di futuro condiviso.

Milorad Dodik, presidente della Repubblica Srpska in conferenza stampa ha affermato che “gli alunni delle scuole dell’entità serba non studieranno mai la storia inventata su misura dei bosniaci musulmani, che intendono imporre ai serbi il senso di colpa collettivo”. Le tesi sul genocidio e l’assedio, a detta di Dodik, “non contribuiscono alla pace e alla convivenza, bensì a ulteriori disfacimenti di un paese già disfatto”.
Testo da ‘agenzia stampa’ molto preciso che, sul Corriere della Sera, diventa, «I serbi di Bosnia cancellano Srebrenica dai libri di storia».
Titolo forzato, anche se all’interno Luca Zanini spiega che il litigio è sull’uso della parola ‘genocidio’.

Dunque Milorad Dodik, mette al bando i libri di testo editi dalla Federazione Bosniaca: «Non entreranno nelle scuole resoconti che sostengono che i serbi hanno commesso il genocidio. Non è vero e non sarà studiato»
Negazionismo serbo bosniaco o litigio sul racconto della storia come accade di fatto per ogni evento tragico che interesse Paesi e coinvolge popoli?
Quell’11 luglio di 22 anni fa, oltre 8 mila maschi musulmani bosniaci furono uccisi dalle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic e dagli uomini delle forze paramilitari Scorpions, nella zona protetta di Srebrenica sotto la tutela dei caschi blu olandesi inviati dalle Nazioni Unite.
Nell’Estate del ‘95, i corpi delle vittime vennero poi nascosti in fosse comuni. Ventidue anni dopo, la conta e l’identificazione delle vittime non è ancora finita.

Massacro certo, disumano, feroce.
Fu genocidio? L’analogia delle ferocia nazista contro gli ebrei, cambia la porta dell’accusa. Al tribunale internazionale dell’Aja ancora si litiga. Sentenze contro alcuni imputati parlano di genocidio, altre riferiscono gli stessi fatti come massacri avvenuti in corso di una guerra civile feroce.
Gli studenti della Republika Srpska non impareranno mai che cos’è accaduto, soprattutto perché sono ancora i genitori e mezzo mondo, ancora a litigare sui fatti tragici di allora.
Alcune forzature nella ricerca dei ‘buoni’ o dei ‘cattivi’ assoluti per convenienza di schieramento internazionale, non hanno sino ad oggi aiutato a fare chiarezza e a favorire pentimenti.

Il presidente Dodik prova comunque ad alleggerire. «Esisteva un accordo firmato da tutti i ministeri dell’Istruzione in Bosnia, in base al quale i libri di testo non avrebbero dovuto includere temi legati alla guerra dei Balcani».
Promessa non mantenuta e nazionalismi contrapposti oggi come allora in quella terra lacerata.
In Bosnia-Erzegovina, gli studenti hanno il diritto di essere istruiti secondo il proprio «curriculum nazionale», l’appartenenza etnica, scrive Balkan Insight, e «alcune scuole del Paese applicano la controversa politica delle “due scuole sotto lo stesso tetto”, separando gli alunni in diverse classi nello stesso edificio sulla base della loro etnia».
Campagna politica interna, cavalcata con una certa imprudenza dall’esterno.

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