• 19 Febbraio 2020

Forse May più

Parafrasando Shakespeare, sarebbe il caso di dire “tanto rumore per nulla”. Quando Teresa May ha pensato di capitalizzare i primi favorevoli sondaggi (frutto di scarsa lungimiranza e di umorali speranze) c’era ancora l’onda lunga della Brexit. Per cui, la nuova premier inglese ha pensato bene di sfruttare il vento che soffiava a favore dello splendido isolazionismo britannico, indicendo nuove elezioni. Aveva già una buona maggioranza, ma ne cercava una ancora più grande. L’avidità, si sa, è figlia della supponenza.

La leader conservatrice pensava di mettere così tutti con la testa nel sacco, dai laburisti, agli sconcertati ex partner europei. E invece il maestrale, con un colpo di coda, si è messo a scirocco, e i laburisti, malmessi e scalcagnati, in un paio di mesi, hanno recuperato quasi 15 punti. Basteranno per vincere le elezioni di oggi, indette in fretta e furia da Madama May, copia sbiadita, confusa e chiacchierona, di quella che fu Margaret Thatcher, la Lady di Ferro, universalmente nota per i suoi attributi? Quasi sicuramente no.

Ma il ritorno a una vittoria striminzita da parte dei conservatori, lascerà praticamente inalterati tutti i problemi che ribollono nel tumultuoso calderone della politica britannica. Il programma dei Tories è un cocktail buono per tutti i palati, ma soprattutto miscelato per coloro i quali intendono vedersi il cinema senza pagare il biglietto. Si parte dalla riduzione degli ingressi dei rifugiati al di sotto dei 100.000 l’anno (come, a colpi di cannone?), e da un programma economico basato su forti spinte neoisolazionistiche. E qua i conservatori inglesi possono darsi la mano con Trump.

Regno Unito è Stati Uniti, insomma, sono destinati a “trionfare” assieme. O a prendere un bel muro di calcestruzzo di faccia, come noi più prosaicamente pensiamo, perché il protezionismo è un modello che finisce per incartapecorire qualsiasi sistema-paese. Un altro capitolo riguarda il terrorismo, con inasprimenti previsti a destra e a manca. Si, risponde l’opinione pubblica, ma perché non ci si pensava prima. Chiudere ora le porta della stalla, dopo che i buoi sono scappati, suona come un’ammissione di responsabilità. Ma si sa, una fesseria chiama l’altra.

E così la brutta copia della Thatcher ha pensato di risparmiare pigliandosela con i pensionati, ai quali intendeva negare l’assistenza sanitaria “free” e voleva invece fargliela pagare a seconda del reddito. Questa tassa, ribattezzata immediatamente “dementia tax”, è stata velocemente rimangiata. E adesso i Tories navigano a vista. Altri progetti politici di grido riguardo il fisco. Aggiustamenti di aliquote e promesse di semplificazioni burocratiche appetibili, anzi luculliane, ma proprio per questo poco credibili. Si promette il diavolo e l’acqua santa e intanto si tira a campare.

Più concreto il programma laburista, anche se i socialisti britannici si portano appresso il fallimento economico che ha accompagnato molte delle loro legislature. Certo, dopo le ricette per la crescita dettate dal Fondo monetario internazionale e dalle grandi banche, che hanno quasi ammazzato l’ammalato, adesso non ci vuole la scienza dei premi Nobel per cercare di aggiustare la baracca. “Basta con l’austerità e investimenti in infrastrutture” è un mantra che possono invocare anche i bambini delle scuole elementari, ma non i gallinacci, tronfi e pieni di sé, che hanno governato le istituzioni finanziarie europee per un lungo arco di tempo. E che hanno avuto la malaugurata sorte di stare anche al potere di vari Paesi dell’Unione.

Anche sulla Brexit i laburisti sono molto più ragionevoli, pensando più con la loro testa che con il petto pieno di medaglie, come fanno i nipotini di Nelson attualmente a Downing Street. Per il resto lo slogan è “più tasse sui ricconi” (chi guadagna oltre 330 mila sterline l’anno). Ampi investimenti in infrastrutture e politiche di accoglienza che prevedano quote di immigrazione, anche se non preventive, completano il programma. Sullo sfondo, per tutti, si agita l’incubo Scozia. Una nazione che chiede a gran voce l’indipendenza e con la quale, primo o dopo, bisognerà fare i conti. Brexit o non Brexit.

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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