• 28 Febbraio 2020

Non solo clima per far piangere il mondo

Volete sapere perché il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha precipitosamente abbandonato l’accordo di Parigi sul clima? Basta solo citare tre paroline magiche: bilancia commerciale in profondo rosso, Cina sempre più rampante e scelte neoisolazionistiche per rilanciare l’economia americana, che Obama aveva lasciato mezzo sciancata. E siccome la lite è sempre per la coperta e il romanticismo ambientalista, alla bisogna, se lo mettono tutti sotto i piedi senza pietà, andiamo a dare più da vicino un’occhiata ai numerini che stanno facendo uscire di testa l’ex Palazzinaro, piovuto a Pennsylvania Avenue come l’asteroide che sterminò i dinosauri.

Dunque, si parlava di bilancia commerciale. Analizzando un indicatore più allargato (la bilancia dei conti correnti) gli Usa sono sotto di quasi 500 miliardi di dollari. Una botta. La produzione industriale non è malaccio, ma è in qualche modo eredità dei tempi belli di Obama. Il quale, come abbiamo detto, ha lasciato una situazione a macchie di leopardo. Il resto l’ha fatto mister Trump, che evidentemente non gode, al di là delle apparenze, di grande fiducia nel lungo periodo. Nell’ultimo quarto, il Pil americano ha guadagnato solo un misero +0,7%. Si, lo sappiamo, lo dice anche il tabaccaio all’angolo, la Borsa di Wall Street passa di record in record. Per ora.

Il motivo? Una bolla speculativa gigantesca, di quelle che non ti dico. Adesso stanno guadagnando i furbi. Quando saranno entrati nel pollaio i pennuti più grossi, allora gli imbroglioni in doppiopetto, i biscazzieri, li spenneranno per bene e i risparmiatori che si erano accomodati con la foia di guadagnare senza rischiare, saranno tritati come carne da macello. Insomma, aspettatevi che prima o dopo Wall Street abbia un crollo di quelli che lasceranno l’economia americana piena di lividi, le banche piene di buchi e lo stesso Trump pesto e sanguinante a biascicare scuse in un angolo dello Studio Ovale. Perché il protezionismo non ha mai funzionato come mezzo per dare efficienza e competitività nel senso più vero del termine a un sistema-paese.

Ma torniamo al clima. Il presidente ha annunciato alla Casa Bianca il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, dicendo: “Gli Stati Uniti cominceranno a negoziare un nuovo accordo”. “Vogliamo un accordo che sia giusto. Se ci riusciremo benissimo, altrimenti pazienza. Gli Usa non onoreranno più le parti non vincolanti dell’accordo di Parigi a partire da oggi. Gli Stati Uniti avvieranno, è vero, trattative per rientrare nell’accordo o per farne uno interamente nuovo, che abbia i termini giusti per le sue aziende, i suoi lavoratori, i suoi contribuenti. Saranno amici dell’ambiente, ma senza danneggiare l’occupazione.

Trump è stato lapidario. Ha detto di essere stato eletto dai cittadini di Pittsburgh, patria delle acciaierie più inquinanti d’America, e non da quelli di Parigi. Prima conseguenza sarà l’immediato ritiro dal Green Fund delle Nazioni Unite, che non vedrà più manco un dollaro americano. Ma come si legano le tre paroline magiche di prima? Stiamo a vedere quello che dice il documento confezionato dalla Casa Bianca a uso e consumo del Congresso. C’è scritto che gli Stati Uniti, con Obama, hanno negoziato un accordo non realistico, che li punisce, e che lascia spazio ad altri Paesi come la Cina, di impegnarsi in un risanamento che resta solo sulla carta.

Questo consente al gigante asiatico, minimizzando l’esborso per l’energia e per la salvaguardia dell’ambiente, di contenere i costi fissi e di essere altamente concorrenziale con i costi per unità di prodotto. Ciò significa che la Cina nei prossimi anni sbancherà i supermarket del pianeta, mentre gli Stati Uniti saranno costretti ad arrancare, inseguendo un competitor sempre più sfuggente. Di questo passo, il deficit americano, per tutta una serie di considerazioni molto semplici da fare, andrà aumentando e la competitività di tutto il sistema a stelle e strisce finirà per farsi strabenedire.
I consiglieri di Trump hanno quindi tracciato il solco e lui lo ha percorso di gran carriera. Se è necessario accumulare ricchezze e guadagnare dollari mi calo la maschera e me ne frego del pianeta. Questo, in sintesi, il Donald Trump-pensiero.

Naturalmente le reazioni sono state feroci. E fanno il paio con quelle seguite alla comparsata dell’ultimo G7. Certo, chi è senza peccato scagli la prima pietra, ma in effetti le dichiarazioni di Trump sono destinate a rivoltare il clima (e gli animi) del pianeta sottosopra. Lasciamo perdere per un attimo i Paesi occidentali più avanzati e le organizzazioni internazionali, ma persino la Russia e Pechino hanno avuto da ridire. Con il suo atteggiamento da “duro e puro”, Donald Trump ha dato un assist in politica estera persino a Putin e al “nemico” cinese, che non si annida nelle caserme, ma che prospera nelle fabbriche e nei supermercati. Dalle mutande alle biciclette, passando per le padelle, i cinesi oggi sono arrivati a produrre di tutto, anche sistemi informatici sofisticati e chimica fine. A prezzi stracciati.

Se Trump s’illude di fare loro concorrenza, scaricando anidride carbonica nell’atmosfera, senza ritegno, ha sbagliato portone. L’economia non si aggiusta tagliando a colpi di forbici i costi fissi e cercando di comprimere il costo dell’energia, ma ridando slancio a un sistema che ha bisogno di innovazioni e tecnologie più avanzate. La ricchezza nasce dagli scambi, che vanno condivisi. Produrre nel chiuso di un bunker, significa solo restare asfissiati dagli stessi gas necessari per moltiplicare l’output. Rilanciare la domanda interna a colpi di dazi doganali è un espediente che lascia il tempo che trova. Vedremo, adesso, quanto questi nuovi Stati Uniti, neoisolazionisti e inquinatori, riusciranno a esportare.
Non vorremmo che facessero il percorso inverso a quello della Cina, passando in pochi anni dai super-computer all’economia delle mutande a tre paia due soldi.

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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