venerdì 19 luglio 2019

Da Mossadeq a Trump tutti gli errori Usa contro l’Iran

Non solo Trump, i conti con la storia da parte americana nei confronti della nobile Persia, l’Iran, oggi governato da una teocrazia islamica sciita, ma da sempre oggetto delle mire colonialiste degli imperi europei in concorrenza tra loro. Poi fu interferenza petrolifera americana. La storia di Mossadeq e di una democrazia mancata che avrebbe proposto al mondo forse un Medio Oriente radicalmente diverso.

Mohammad Mossadeq, figlio di una principessa iraniana, nato nel 1882 a Theran, fu primo ministro democratico dell’Iran, al potere per un breve periodo dal 1952 al 1953, rovesciato da un colpo di stato militare organizzato da Stati Uniti e Gran Bretagna. Mossadeq, viste le difficili condizioni generali del paese e considerato che dai primi del Novecento la Anglo-Iranian Oil Company deteneva il monopolio dello sfruttamento petrolifero, aveva deciso di nazionalizzare la principale ricchezza, il petrolio, per uscire dal sottosviluppo. Fu un gesto coraggioso che nel lontano agosto del 1953 ne provocò appunto la caduta, ma l’immagine dell’anziano leader, assediato nella propria casa dai carri armati dei golpisti, sembra ancora oggi molto radicata nell’opinione pubblica iraniana, consapevole più di altre che le ricchezze del paese devono servire per prima cosa al proprio sviluppo.

Manifestazione pro Mossadeq

Al contrario di quanto si possa oggi immaginare Mohammad Mossadeq non era affatto un rivoluzionario terzomondista, ma un politico di formazione liberale che aveva studiato in Francia e in Svizzera e che in precedenza aveva anche esercitato incarichi amministrativi e politici di alto livello: prima di diventare primo ministro era stato infatti governatore del Fars e dell’Azerbaigian iraniano, nonché ministro delle finanze e degli esteri. Inoltre non era per nulla accecato da sentimenti antioccidentali, avendo tra l’altro fatto studiare i nipoti in Inghilterra, né era vicino ai settori integralisti del clero sciita, ma si poteva definire un laico senza aggettivi, tanto che si riteneva fosse stato iniziato alla massoneria in una loggia francese. L’immagine complessiva era insomma quella di un politico abbastanza conservatore, che però – di fronte alla necessità di sviluppo del paese – aveva le idee molto chiare.

Mossadeq col presidente Usa Truman

All’inizio degli anni Cinquanta la situazione iraniana era ancora segnata dalle vicende della Seconda Guerra mondiale, quando cioè il paese aveva subito una duplice occupazione militare: i sovietici e gli inglesi, non ritenendola condizione sufficiente, avevano tra l’altro imposto l’allontanamento di Reza Scià e la sua sostituzione con il figlio che poi divenne Mohammad Reza Pahlavi. Ritirati i sovietici e ridotta l’influenza inglese, gradatamente sostituita da quella americana, erano cominciati forti scontri sulla gestione del patrimonio petrolifero nazionale. Su questa ricchezza contava infatti Mossadeq per avviare le riforme necessarie all’Iran e favorirne lo sviluppo, ma di fatto il cambiamento era ostacolato dagli accordi sottoscritti in precedenza con le compagnie petrolifere che intendevano mantenere lo status quo.

Operazione Ajax, colpo di stato anglo americano

A complicare ulteriormente la situazione si aggiunse il contesto della Guerra fredda: Churchill in persona scagliò pesanti accuse di ‘socialismo economico’ al leader iraniano. Non solo non erano vere, ma anzi Mossadeq – nella cui considerazione i sovietici non occupavano un posto migliore di quello riservato agli inglesi – aveva sempre contrastato l’azione del partito comunista iraniano. Mossadeq tuttavia, nello sforzo di modernizzare il pese, si era alienato il sostegno del potente clero sciita e alla prova dei fatti si trovò solo. Il 23 agosto, operazione golpista ‘Ajax’, Stati uniti e Inghilterra riportarono sul trono lo scià che era riparato all’estero dando vita ad uno dei regimi più autoritari e crudeli del Medio Oriente durato fino alla seconda metà degli anni Settanta. Sino all’arrivo dell’Ajatollah Khomeini.

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