Privacy Policy
venerdì 18 Ottobre 2019

25 anni dopo Giovanni Falcone, memorie e voci

23 anni dopo la strage di Capaci, di tutte quei morti per ferocia di mafia, ancora il bisogno, il dovere di ricordare. In questo caso l’occasione di una rara intervista al Tg1

Il timido Giovanni Falcone, l’intervistato impossibile

C’è stata una stagione, negli anni ’80, in cui i giovani ‘cronisti d’assalto’ d’allora, dopo aver rincorso gli ammazzamenti brigatisti, avevano dovuto orientare la loro bussola verso sud. Le stragi di mafia. Ammazzamenti eccellenti che avvenivano di soliti a inizio estate, nel torrido giugno-luglio siciliano. Era quasi un appuntamento al Villa Igiea. Scrivere di mafia allora era facile, capirne qualche cosa molto meno. L’inviato ‘straniero’ si affidava alla saggezza dei colleghi ‘residenti’ e poi inanellava molte sciocchezze. Anche perché allora, riuscire a parlare con gli inquirenti asserragliati del bunker blindato del palazzo di giustizia di Palermo era praticamente impossibile. Almeno con Giovanni Falcone che, oltre alla sua proverbiale riservatezza, aggiungeva il fatto di essere timido. Credeva di non saper parlare né in aula né in televisione.

Buscetta sito strette

C’è una intervista, rara, ripescata in un resumè Rai  e messa in pagina anche sul sito Facebook di RemoContro, fu fatta subito dopo la fine del maxi processo alla mafia. La ottenni, credo, più per il fatto di essere l’inviato del Tg1 che per il prestigio personale. Lo debbo confessare. Ed era ancora la stagione degli entusiasmi, anche se sotto sotto già circolavano i veleni. Giovanni Falcone l’ho frequentato poco. Non posso dire di essere stato suo intimo, suo amico, anche se avevamo un ottimo rapporto. Troppi oggi si dichiarano suoi amici, pochi lo sono stati realmente. Lo conoscevo, lo incontravo, lo stimavo, e nelle mie possibilità lo difendevo dai colpi a tradimento che gli venivano dai suoi stessi colleghi magistrati, quelli (oggi immemori) che al Consiglio superiore della magistratura lo bocciarono come capo dell’Ufficio Istruzione. Distruggendo di fatto la allora efficientissima ma delicata macchina del pool antimafia.

Badalamenti sito

Soltanto anni dopo, attraverso l’amicizia personale che riuscii ad instaurare con Masino Buscetta e nel corso di decine di colloqui in carcere per arrivare alle due diverse interviste televisive fatte a don Tano Badalamenti, iniziai a capire veramente qualcosa di mafia. Qualcosa oltre le ingenue domande che feci allora. Ma lui, Giovanni Falcone, allora era già morto. Rimpianto personale profondo. Essere stato escluso dall’allora direttore del Tg1 Bruno Vespa dal vedere e raccontare di Capaci e via D’Amelio. Ero in castigo, destinato all’esilio delle guerre jugoslave. Peccato per quei messaggi criptici che nel carcere di Memphis, in Tennessee, mi lanciò Tano Badalamenti. Il suo dire e non dire, il sottintendere, che avrebbe avuto bisogno delle orecchie di Giovanni Falcone per poter essere decrittato e reso utile per lo Stato.

 

L’INTERVISTA A GIOVANNI FALCONE DOPO IN MAXI PROCESSO

Potrebbe piacerti anche