sabato 20 luglio 2019

G7, i Sette Grandi e le grandi bugie

Piero Orteca, dissacratore senza pietà. Chi c’è e chi manca: sette più o meno ‘grandi’, ma mancano Russia, Cina e India. L’economia che corre, la politica che insegue. Sicurezza, difesa e migrazioni: si parlerà molto e si stringerà poco. Ma tanti conti alla mano: quel buco da 500 miliardi di dollari nei conti Usa, il neo protezionismo Trump per una economia in affanno, e la locomotiva cinese, eccetera eccetera tra i guai economici del mondo.
«E ora al G7 si discute su quale Croce Rossa spedire per salvare l’osso del collo degli imbroglioni in doppio petto».

Si, lo sappiamo, la speranza è l’ultima a morire. Ma se i latini dicevano “spes ultima dea”, affermavano anche che “est modus in rebus”. Cioè, “c’è modo e modo di fare le cose”. E i vertici del G7, lasciatecelo dire, assomigliano sempre di più a quelle riunioni di condominio dove si va per rifare la facciata del palazzo e, alla fine, non ci si mette d’accordo manco per riparare un rubinetto rotto. Il G7 (prima G6 e poi anche G8) nasce negli anni ‘70 per trovare una soluzione condivisa alla crisi economica che aveva colpito il mondo occidentale, all’indomani della guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur. La conseguente austerità energetica aveva messo in ginocchio tutti i sistemi-paese, facendo aumentare in maniera esponenziale sia i costi fissi che quelli per unità di prodotto.

Da allora, le riunioni del G7 hanno riguardato essenzialmente aspetti di carattere finanziario, fiscale e daziario. Naturalmente, sull’impostazione di lavoro che ruota attorno ai vertici del Gruppo dei sette ha influito e continuano a influire le vicende di politica internazionale. Così qualcuno, sbagliando, ha pensato di “punire” la Russia di Putin estromettendola dalle riunioni di quello che prima veniva definito “G8”. Non sono nemmeno invitati, oltre alla Russia, Paesi importanti, anzi fondamentali, come la Cina e l’India. Certo, una risposta alle perplessità avanzate da più parti sull’effettiva efficacia di un confronto che appare come una passerella a beneficio dei mercati e dei mass-media, viene dalla stessa struttura organizzativa dell’evento.

Il G7 rappresenta, comunque lo si voglia vedere, una specie di patetica “parade” di un capitalismo desueto, anzi, decrepito. La società civile e la tecnologia corrono molto più velocemente delle strutture politiche e degli organismi sovranazionali, che arrivano puntualmente in ritardo a cercare di organizzare uno straccio di strategia politica condivisa. In effetti, il vertice serve più che altro a fissare un calendario di incontri “specialistici”, che saranno organizzati e condivisi dagli “sherpa” della diplomazia. L’estrema vastità degli argomenti che devono essere affrontati, in buona misura annacqua l’efficacia dei provvedimenti che potrebbero essere presi. In genere, si tratta di dichiarazioni programmatiche, di una sorta di lettera di intenti, a cui spesso non seguono azioni sostenute dai fatti.

E siccome la lite è sempre per la coperta, soffermiamoci sulle rogne di tipo economico, dato che su sicurezza, difesa e migrazioni si parlerà molto e si stringerà poco. Lo spettro del protezionismo. Il cambio della guardia alla Casa Bianca ha comportato anche una decisa inversione di tendenza per quanto riguarda le strategie finanziarie che gli Stati Uniti si sono impegnati a seguire nei prossimi anni. Trump e la sua squadra sono terrorizzati dai buchi di bilancio che fanno assomigliare l’insieme dei conti federali a una forma di groviera extralarge. Il problema, ovviamente, non riguarda solo il debito pubblico americano, ma anche e soprattutto la bilancia commerciale di Washington.

Gli ultimi indicatori economici a stelle e strisce sembrano usciti dal reparto rianimazione di un policlinico. La bilancia dei conti correnti è sotto per quasi 500 miliardi di dollari e nell’ultimo quarto il prodotto interno lordo ha frenato aumentando solo dello 0,7%. È vero, le previsioni per il 2017 parlano di un aumento del Pil superiore al 2%, ma il problema è sostanziale: riuscirà un sistema produttivo che Trump vuole riconvertire, stendendogli sopra il sarcofago del protezionismo, a recuperare competitività sui mercati internazionali? Ne dubitiamo. Se Trump va al letto con gli incubi di restare travolto dalla locomotiva cinese, non è certo questa la strada per uscire (e fare uscire il Paese) da sotto un treno.

Gli Stati Uniti hanno fabbricato la pandemia finanziaria e poi hanno contagiato l’intero pianeta. Obama, giocando di sponda, con la Federal Reserve, è riuscito ad alleviare la botta. Le strategie di crescita elaborate d’intesa tra l’Amministrazione democratica e la Banca centrale Usa sono servite a fare ripartire un sistema che appariva ingessato. La stessa cosa non è avvenuta in Europa, dove la Banca centrale europea resta sempre sotto scopa dei neurodeliri inflazionistici in arrivo da Berlino. La mancanza di una serio sostegno alla crescita, nonostante tutti gli sforzi di Draghi, è dovuta in massima parte all’ostruzionismo delle istituzioni politiche e finanziarie tedesche. Le decisioni prese al G7, quindi, rischiano di imbrogliare le lingue. Perché potrebbero essere percepite in contrapposizione alle strategie che elaborerà la BCE.

E poi, i due convitati di pietra, Cina e Russia, pesano troppo per essere ignorati. Insomma, il G7 rischia di non decidere un bel niente e se invece, dovesse stabilire di seguire alcune linee di indirizzo, queste ultime sembrano destinate a entrare in rotta di collisione con le decisioni che potrebbero arrivare da Bruxelles e da Francoforte. D’altro canto, la perdita di fiducia del sistema Usa, dal “magna-magna” al “paga-paga, rende efficacemente l’idea. L’espressione non sarà ricordata nei manuali di Harvard (che comunque, vista la quaresima economica, non ci fanno una gran figura), ma di sicuro offre un’interpretazione corta e netta delle cause che hanno determinato lo scoppolone.

Sì, perché adesso gli analisti più avveduti cominciano a chiedersi come mai, alle prime avvisaglie del temporale, trasformatosi poi gradualmente in uragano, ci si è prima venduti gli ombrelli e poi, mentre gli acquazzoni diventavano tempeste tropicali, anziché andare a rifugiarsi in cantina, si è deciso di continuare a sperare che uscisse il sole. Pensierini fin troppo comuni nei trascorsi G7.
Viene più d’un sospetto: tutti sapevano, ma ognuno sperava di fregare l’altro speculando sulle debolezze dei concorrenti, per mangiarseli alla prima occasione. Perché grande è “bello”, ma soprattutto (e qui casca l’asino) ti mette al riparo dagli tsunami, dato che la teoria che circola negli States è quella del “too big to fail”, cioè “troppo grosso per fallire”. Che ha funzionato per alcuni (AIG, Fannie Mae, Freddie Mac e compagnia cantando) ma non per altri. Dato che Lehman Brothers è stata buttata ai pescecani senza battere ciglio.

Insomma, qualcosa non ha quadrato. E oggi si parla di mutui sub-prime, di operazioni finanziarie “creative” (fa “fino”, ma si tratta d’imbrogli), di “fondi sovrani” garantiti da Stati e Governi (rivelatisi spesso oltraggiose patacche), d’investimenti al buio (tipo poker…), di “complessità” dei mercati (espressione usata quando non si sa più a che santo votarsi) e, in cauda venenum, di crisi del sistema capitalista, incapace di dare risposte a un mondo che non è più quello dei padroni delle ferriere e degli operai che sudavano come camalli. Ma, forse, la risposta vera è un’altra: cannibalismo finanziario. Molti hanno pensato di sfruttare le disgrazie altrui per continuare ad arricchirsi spudoratamente, giocando sui “default” e introitando per quattro lire bond rivelatisi alla fine spazzatura assoluta.

Ergo: all’inizio ci hanno lasciato la pellaccia i primi appestati, poi si sono infettati a raffica i “furbi”, quelli che ingrassavano abbuffandosi di banche e titoli decotti e che così facendo metabolizzavano a tutto spiano i virus della pandemia finanziaria, grossi quanto i gatti.
Certo, le interpretazioni della crisi sono millanta. Tutte vere. E tutte false. Dipende da quale lato si guardano le rogne. Oggi le operazioni finanziarie, grazie alla telematica e al “villaggio globale”, si muovono con la velocità di una Formula Uno, mentre la politica e le istituzioni internazionali camminano ancora a dorso di mulo. Le ricette di chi pensava, dalla stanza di un ministero o dal Sancta sanctorum di un istituto centrale di emissione, di poter “dirigere” l’economia, fanno ormai la figura dei rimedi di certi speziali, convinti di poter curare le malattie pestando nel mortaio agli e fravagli.

Persino un “guru” come l’ex governatore della Federal Reserve americana, Alan Greenspan, ha indossato il cilicio e si è cosparso abbondantemente il capo di cenere, flagellandosi a sangue. Il “mitico”, nel suo ultimo libro, “The Age of Turbulence”, ammette che mala tempora currunt, perché i modelli teorici elaborati dagli specialisti sono così sofisticati, ma così sofisticati…che non ci capiscono più niente neanche loro. Figuratevi i comuni mortali. E ora al G7 si discute su quale Croce Rossa spedire per salvare l’osso del collo degli imbroglioni in doppio petto.

Per farla breve, “l’economia è fatta di aspettative” (ripetono tutti come un mantra), cioè di quello che vi passa per la capa e che spesso non ha proprio nulla a che vedere con la realtà dei fatti. Così, si creano, in una frazione di secondo, un sacco e una sporta di strategie. Figuratevi se, a Taormina i nostri “Grandi“ troveranno, tra una guantiera di cannoli e qualche bottiglia di zibibbo, il bandolo della matassa per risolvere la crisi finanziaria del pianeta. Alticci, rubizzi e un po’ strafottenti, è più facile che il bandolo della matassa se lo cerchino sotto un tavolo.

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