Per un giocatore d’azzardo come è sempre stato Donald Trump, una certa successione di segni avversi, in politica come al tavolo di poker, sono ammonimenti, segni del destino, ‘sfiga’ in italiano popolare.
Arriva in Arabia saudita per cercare di rilanciare la sua traballante immagine, ma da Washington corre più veloce dell’Air One la notizia che ‘l’alto funzionario’ della Casa Bianca coinvolto nelle indagini del Russia Gate sarebbe nientepopodimenoche il genero, Jared Kushner, e lo scandalo Russiagate arriva a sfiorare la famiglia.
Arriva a Riad con un carico di armi da far paura già vendute ai petromonarchi per rinnovare la petroallenza col mondo arabo sunnita messa in crisi da Obama, in chiave anti sciita e anti iraniana, e da Teheran la notizia che le elezioni presidenziali -perché in Iran si vota, al contrario che in Arabia- ha vinto il moderato Rohani che aveva firmato l’accordo sul nucleare col detestato e già rimpianto Obama.
Detta in altre parole, per la squadra Trump, gira male, e chi sa cosa li aspetta nei prossimo sette giorni in giro per il mondo, se le premesse sono queste.
Guai di casa
1. L’ alto funzionario della Casa Bianca che gli uomini dell’ Fbi vorrebbero ascoltare potrebbe essere il genero del presidente Jared Kushner. Lo riportano alcuni media americani e britannici.
2. Intercettazioni di 007 Usa in cui funzionari russi si vantarono di coltivare una forte relazione con l’ex generale Michael Flynn, nominato da Trump consigliere per la sicurezza nazionale.
3. L’ex direttore del’Fbi, licenziato da Donald Trump, ha accettato di essere ascoltato nel corso di un’audizione pubblica dalla commissione intelligence del Senato sul Russiagate.
4. Secondo la Cnn, i legali della Casa Bianca avrebbero iniziato nel frattempo a studiare le procedure di impeachment per essere pronti nel caso in cui Donald Trump dovesse essere messo in stato di accusa.
Guai con l’Islam
Il presidente americano che in campagna elettorale aveva fatto dell’avversione all’Islam e ai musulmani la sua bandiera, nelle prossime ore si rivolgerà ad oltre 50 rappresentanti e leader del mondo islamico riuniti in Arabia saudita un discorso di amicizia e alleanza, farcito di appelli alla lotta comune contro il radicalismo religioso.
«Il summit tra Stati Uniti, Arabia Saudita, Paesi musulmani è storico», commenta il ministro degli esteri saudita Adel al Jubeir, un “falco” fautore della linea del pugno di ferro nei confronti dell’Iran.
Simbolo della comunanza di interessi assolutamente non ideali, uno dei più ampi accordi della storia per la vendita di armi Usa all’Arabia saudita. Valore 110 miliardi di dollari, che arriveranno a 350, altre valutazioni, in dieci anni.
Un accordo a cui ha lavorato suo genero e consigliere “speciale” Jared Kushner divenuto, pare, un amico stretto del giovane vice principe ereditario saudita e uomo forte del regno, Mohammed bin Salman. Lo stesso Kushner che l’Fbi vorrebbe sentire sul Russiagate. Destino che si rincorre.
Idealità trumpiana
Terrorismo e sicurezza domineranno gli incontri di Trump con i capi di stato dei Paesi islamici. Voce ‘diritti umani’ assente dall’agenda di Trump, denuncia Amnesty International. «I diritti umani sono sotto un continuo attacco nel Golfo. L’Arabia saudita e gli altri Paesi del Golfo usano il terrorismo come scusa per schiacciare e perseguitare dissidenti pacifici e difensori dei diritti umani…e mentre in Yemen famiglie intere sono uccise all’interno delle loro case con armi vietate a livello internazionale dalla Coalizione a guida saudita in Yemen, l’Amministrazione Trump pianifica la vendita di armi per miliardi di dollari all’Arabia Saudita».
Ma nelle strade di Riad il ciuffo arancione del presidente degli Stati Uniti domina ogni angolo della zona centrale già da due giorni. Tutto intorno, bandiere americane e saudite, e cartelloni in arabo e inglese inneggianti all’amicizia duratura fra gli Stati Uniti e il regno e al comune obbiettivo di sconfiggere il terrorismo.
Dalla padella Usa alla brace in Medio Oriente
American Psycho, rileva Guido Moltedo su il manifesto. Il presidente che suggellò il suo ingresso alla Casa Bianca con la firma del famigerato ‘muslimban’, il divieto d’ingresso negli Stati Uniti per i passeggeri provenienti da sette paesi islamici. Un’altra delle stravaganti giravolte di Trump? I missili contro la Siria e la superbomba in Afghanistan salutati da alcuni come revisione del proclamato isolazionismo.
Revisione o confusione? Esiste una ‘dottrina Trump’? O, come sospetta Moltedo, «la politica internazionale può essere per lui un’utile arma di distrazione dai problemi a Washington».
È chiaro che il pericolo di cadere dalla padella (di Washington) nella brace (del Medio Oriente e dell’Europa) sarà presente in ogni istante degli otto giorni in Arabia Saudita, Israele, Palestina, Bruxelles, Roma e Taormina. Basterà un tweet a combinare il disastro.