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mercoledì 18 Settembre 2019

L’Iran sceglie Rohani e guarda ad occidente

ROHANI PRESIDENTE PER LA SECONDA VOLTA. Lo ha annunciato il ministero dell’Interno. Secondo i dati forniti dal ministero, Rohani ha ottenuto 14.619.848 preferenze su 25.966.729 elettori, pari al 56,3%. Il suo avversario, il conservatore Ebrahim Raisi, ha invece ottenuto 10.125.855 preferenze, attestandosi al 38,99%.
Scelta tra il riformismo del leader uscente, Rohani, che vuole continuare ad aprire all’Occidente e il conservatorismo del candidato della Guida suprema Khamenei.

Una consultazione che segnerà il futuro della Repubblica islamica. La scelta tra il riformismo del leader uscente, il presidente Rouhani, che vuole continuare ad aprire all’Occidente e il conservatorismo del candidato della Guida suprema Khamenei.
E Rouhani vince la sfida ed è presidente per la seconda volta
Il 70 per cento degli elettori che si è mobilitato per un’elezione presidenziale delicatissima. Ballottaggio fra due candidati che era di fatto un referendum tra le due grandi fazioni in cui si è divisa la politica del Paese.

Da una parte con il presidente uscente Hassan Rouhani, 68 anni, si sono schierati i riformisti, i moderati, i liberali, i giovani e le donne delle città, tutti quelli che sperano che l’Iran continui ad aprire all’Europa e al mondo.
Dall’altra c’era Ebrahim Raisi, un religioso come Rouhani, ma espressione della parte più conservatrice del Paese e del clero.
Raisi era sostenuto dalla guida suprema Ayatollah Alì Khamenei, dalle Guardie della rivoluzione, dall’apparato dello Stato ma anche da milioni di cittadini, soprattutto poveri che hanno seguito i messaggi populisti del clero.

Referendum anche sul futuro della Repubblica islamica, scrive Vincenzo Nigro da Teheran su Repubblica. Elementi di timida democratizzazione introdotti nei quattro anni di governo Rouhani. Un processo che se verrà portato avanti, ridurrà gli spazi di manovra del clero sciita.
Memoria storica importante, di fatto glie redi più o meno legittimi di quel gruppo religioso attorno alla figura dell’Ayatollah Khomeini allora in esilio, che nel 1979 “inventò” la rivoluzione contro lo scià assieme a liberali e comunisti, salvo poi eliminare anche fisicamente dalla scena politica questi gruppi politici che si opponevano al potere assoluto dei mullah.

Vittoria moderata per niente scontata alla vigilia. I conservatori, va ricordato, ancora mantengono il controllo degli apparati della forza, dalla polizia all’intelligence, ai pasdaran. Ebrahim Raisi da circa un anno è stato nominato dalla Guida suprema Khamenei, alla guida della “Astan Quds Razavi”, la fondazione che amministra il santuario sciita dell’Imam Reza a Mashaad, con un impero economico da 13 miliardi di dollari che dà lavoro a 19 mila persone. Spazio di clientela infinito e promesse milionarie, bel quattro milioni di nuovo posti di lavoro, a battere le promesse del popuilismo italiano.
Rouhani è stato anche più duro, arrivando ad accusare, con qualche rischio personale: “c’è chi vuole mantenere il Paese nella violenza e nell’oppressione”, riferimento chiaro al potere armato delle Guardie, dei basiji paramilitari e del sistema giudiziario, tutti controllati dai conservatori.

Partita storica e strategica ancora aperta in Iran. Vincono riformisti e moderati. Sconfitta e probabile marginalizzazione di conservatori nel sistema di potere del paese. Apertura ad occidente, Trump permettendo. Ma cosa accadrà alla ormai prossima successione di Khamenei come Guida suprema? Rouhani potra influire molto, ma non necessariamente vincere. Sostuire lui stesso Khamenei il giorno in cui la Guida scomparisse. O un suo alleato, vedi Khatami.
Ma nei piani della Guida, la candidatura di Raisi sconfitto, potrebbe essere stata un sorta di investitura per avere un candidato capace in futuro di mantenere ai conservatori la Guida suprema di una Repubblica islamica, vecchia ormai di 40 anni.

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