giovedì 18 luglio 2019

Jihadisti in fuga da Siria e Iraq: pentiti o solo sconfitti?

Centinaia di foreign fighters intasano i centralini delle rappresentanze diplomatiche europee in Turchia chiedendo aiuto per tornare in patria.
Ancora nessun ‘pentito’ italiano di ritorno, almeno per via ambasciata, ma solo quello di un connazionale convertito che cercava piuttosto di introdursi in Siria dalla Turchia.
Chi decide di rientrare attraverso canali ufficiali finisce nelle gattabuie turche e poi, dopo l’espulsione, in quelle del paese di appartenenza.

Le ‘terre di mezzo’, le chiama Davide Lerner su La Stampa. Le zone di passaggio fra Siria e Turchia del va e vieni, dove i rifugiati scappano dalla guerra mentre i jihadisti tentavano di varcare il confine nella direzione opposta, per andare a combatterla. Ora sono anche loro in fuga, rifugiati potenziali che nessuno sa di cosa farsene, salvo la galera assicurata.
Terra di mezzo anche per i diplomatici europei che qualche volta rischiano la vita per andare a salvare i foreign fighters di ritorno, impauriti che i turchi possano sparargli al confine.
Sono centinaia adesso i foreign fighters che intasano i centralini delle rappresentanze diplomatiche europee in Turchia chiedendo aiuto per tornare in patria.

«Ho combattuto per lo Stato Islamico ma ora sono pentito», è il prologo standard. Alcuni si inventano storie improbabili su come sono finiti lì, altri dicono di avere svolto solo attività umanitarie.
«Dopo aver lavorato su 160 casi ne sono convinto: non c’è rimorso sincero, soltanto stanchezza e paura», spiega a Lerner un funzionario dell’ambasciata francese in Turchia. Ma rientrare in sicurezza, salvo la galera che poi ti aspetta, non è uno scherzo.
Non solo perché lo Stato Islamico ha dichiarato guerra alle diserzioni, condannate alla stregua di atti d’apostasia, che è la peggior morte che riescono ad inventarsi.

I disertori del califfato devono attraversare senza farsi scoprire, i territori sotto il controllo dei loro compagni di ieri, per poi trovarsi la strada sbarrata alla frontiera turca. Perché i turchi sul confine sparano. Ed ecco l’intermediazione delle ambasciate. La segnalazione che nel tal giorno, alla tale ora, in tale punto del confine turco-siriano, arriverà Mohammed, o Abdullah, con fagotto e familiari. A volte con figli nati dopo l’arrivo in Siria, privi di qualsiasi documento se non il certificato di nascita dello Stato Islamico.
L’attraversamento del confine dai valichi ufficiali che vengono aperti eccezionalmente per i cittadini del Vecchio Continente, o in un punto della frontiera dove il muro voluto da Ankara non è ancora ultimato. 300 su 900 chilometri sprovvisti di barriere fisse.

«I servizi segreti prevedono un esodo di combattenti europei con la caduta definitiva di Mosul e l’attacco su Raqqa», racconta il solito diplomatico francese a Davide Lerner. Ma non tutti gradiscono e aiutano. Ad esempio i rappresentanti polacchi, marocchini e algerini. Gli inglesi confermano casi di rientri, in particolare di donne con bambini. I belgi sono attualmente in contatto con quasi venti jihadisti. Gli olandesi stanno lavorando a un protocollo per le espulsioni dalla Turchia sul modello di quello francese. Perfino gli australiani hanno un funzionario che si occupa del recupero di connazionali jihadisti.

Non ci sono ancora stati casi di combattenti italiani, sostengono alla nostra ambasciata, solo quello di un connazionale convertito che cercava piuttosto di introdursi in Siria dalla Turchia.
Secondo un recente rapporto europeo sarebbero circa 1.500 su cinquemila i foreign fighters europei che hanno fatto ritorno, cioè il 30 per cento.
Di regola, chi decide di rientrare attraverso canali ufficiali finisce nelle gattabuie turche e poi, dopo l’espulsione, in quelle del paese di appartenenza.

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