• 19 Febbraio 2020

Perché la Cina ama l’America folle di Trump

Per quanto sia difficile fare luce sull’attuale politica estera americana dopo l’elezione di un personaggio anomalo e imprevedibile come Donald Trump, è chiaro che il prestigio internazionale della Cina è destinato ad aumentare considerate le mosse del tycoon newyorkese. E tutto ciò, lo si noti, a dispetto delle sue continue bordate anticinesi in campagna elettorale.
Ovviamente questo vale se Trump resterà al potere, e qualche dubbio al riguardo è più che lecito. Non s’era mai visto, infatti, un Presidente con tanti nemici addirittura all’inizio del primo mandato. Si è già scontrato, in rapida successione, con vasti settori del suo stesso partito, con i giudici, con i media, con i servizi segreti e l’Fbi. E il trend non sembra destinato a mutare, dal momento che Trump non dimostra di avere una chiara percezione degli equilibri di potere indispensabili nella democrazia rappresentativa.
Pare insomma convinto di essere ancora nei reality show che l’hanno reso popolare e, a pochi mesi dal suo ingresso alla Casa Bianca, negli Usa già si parla apertamente di impeachment. E’ strabiliante, ove si rammenti che i pochissimi Presidenti sottoposti a tale procedura lo furono alla fine del mandato come Andrew Johnson (assolto per un solo voto) nel 1868, o Bill Clinton nel 1999 per il caso Lewinsky. L’unico davvero condannato, Richard Nixon nel 1973, evitò l’onta in extremis dimettendosi.

In un quadro così confuso, Trump ha però capito assai presto che la Repubblica Popolare Cinese, lungi dall’essere l’arcinemico da combattere duramente, può invece servirgli da utile sponda nella sua politica estera. Si tratta di un fatto meno strano di quanto appaia a prima vista. I cinesi – a parte il periodo maoista – sono confuciani tradizionalmente pragmatici, abituati a fare concessioni per ottenere qualcosa in cambio.
Si pensi per esempio alla Corea. Sembrava di essere sull’orlo della terza guerra mondiale e, giustamente, Trump si è rivolto a Xi Jinping per allentare la tensione, pur inviando al contempo la flotta. I risultati si sono subito visti, dal momento che a Pyongyang ora non si escludono le trattative (alle giuste condizioni), novità eclatante per il regime. Pechino incassa però alcuni risultati di grande rilievo.

In primo luogo la rinuncia trumpiana alla guerra commerciale, che del resto avrebbe danneggiato entrambi i Paesi. Poi la promessa dell’aiuto americano per stabilire legami più stretti con Seul. Ancora una volta il pragmatismo cinese ha avuto successo, giacché la Corea del Sud è molto più appetibile dal punto di vista economico dell’antico alleato nordista. E in terzo luogo la fine delle proteste per l’espansionismo di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. E che gli alleati impauriti di Washington – come Taiwan e Filippine – come si suol dire, “si arrangino”.
La RPC, in altre parole, si vede spianare la strada verso l’acquisizione dello status di “potenza globale” al pari dell’America, senza punto menzionare i diritti umani così cari a Obama e a Hillary Clinton, e senza sentirsi ripetere l’esigenza di liberalizzare il suo sistema politico. E, in questo caso, sono Hong Kong e il Tibet a doversi “arrangiare”. Un bel risultato senza dubbio.

Dunque un Presidente come Donald Trump ai cinesi fa comodo. Poiché consente loro di continuare, da un lato, quella crescita economica che rappresenta l’unico deterrente ai rivolgimenti interni e, dall’altro, di perseguire un’espansione politica e militare che piace alle masse.
Avremo dunque sempre più “Centri Confucio” in giro per il mondo a propagandare il modello di Pechino, e un crescente rispetto da parte di Stati un tempo ostili. L’unica incognita è quella menzionata poc’anzi: riuscirà Donald Trump a completare almeno il primo mandato? Ma qui è ovvio che, per rispondere con una certa sicurezza, ci vorrebbe un indovino.

Michele Marsonet

Michele Marsonet

Michele Marsonet, Prorettore alle Relazioni Internazionali dell'Università di Genova, docente di Filosofia della scienza e Metodologia delle scienze umane.

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