giovedì 21 settembre 2017

«Non sparate sulla Croce Rossa». Vale ancora?

Il parallelo con certa attualità è assolutamente voluto. ‘Non sparate sulla Croce Rossa’ è un concetto talmente scontato da essere divenuto un modo di dire. E tornano alla mente le immagini di ‘Addio alle armi’ e gli eroismi assistenziali raccontati da Hemingway tra le trincee della prima guerra mondiale. Tempi lontani, quando i magistrati parlavano per capi d’accusa e per sentenza. Oggi ‘non sparare sulla Croce Rossa’ si riduce sempre più ad un semplice modo di dire. Sparare sospetti spacciandoli per fatti è più facile di sparare proiettili ma non meno micidiale.
Certamente, alcune Ong nel mondo, si trascinano dietro più di un sospetto. Bene, prossime inchieste di Remocontro. Ma intanto, chi salva vite in mare a proprio rischio, sia rispettato. E se quei soccorsi devono essere fatti diversamente, si decida e lo si dica.
Noi, per oggi, con Giovanni Punzo, parliamo di Croce Rossa vera, quando, perché e come nacque.

‘Sparare sulla Croce Rossa’ è espressione antica e talmente diffusa che oggi ha assunto molti significati diversi da quello iniziale, né d’altra parte se ne ricorda più l’origine esatta. Nel 1864 sorse a Ginevra un comitato internazionale a tutela dei feriti e dei malati con particolare attenzione agli eventi bellici. L’idea della protezione di queste categorie di inermi era nata quando l’uomo d’affari svizzero Henry Dunant si era trovato sul campo di battaglia di Solferino (1859) e – profondamente colpito dalle drammatiche condizioni in cui versavano i feriti – si era prodigato nel loro soccorso. A metà dell’Ottocento gli eserciti europei disponevano sì di un servizio sanitario, ma non ad esempio della possibilità di sgomberare i feriti dal campo di battaglia: in pratica erano i commilitoni a portarli al chirurgo reggimentale, ma la maggior parte di essi rimaneva nel luogo in cui erano stati colpiti senza poter raggiungere alcun soccorso.

Dopo i combattimenti non esisteva nemmeno un servizio di raccolta delle salme e spesso erano i civili a passare sui luoghi degli scontri per inumarli come e dove capitava. Per quanto oggi possa sorprendere, in questo modo erano state combattute le guerre napoleoniche e le altre guerre europee dell’Ottocento. Dunant, che era anche un fervente calvinista, rimase profondamente scosso da quanto aveva visto e decise di promuovere una iniziativa umanitaria per la protezione e alla cura dei feriti. Nel 1862 comparve il suo libro “Un ricordo di Solferino” che ebbe grande presa su intellettuali e filantropi europei e gradatamente il problema fu posto all’attenzione degli Stati. Si svilupparono due linee di intervento: da una parte il concorso volontario per mezzo di associazioni nazionali di medici e infermieri civili che affiancassero i chirurghi militari e la stipula di accordi internazionali che garantissero a tutti i feriti degli eserciti belligeranti un trattamento umano.

L’azione umanitaria – secondo i principi ispiratori espressi da Dunant – avrebbe dovuto essere indipendente, imparziale e neutrale e soprattutto non avrebbe dovuto tenere conto di amici o nemici. Un ferito in quanto tale avrebbe dovuto ricevere un trattamento umano anche se caduto prigioniero, né alcuno avrebbe mai potuto rifiutarsi di curare feriti o ammalati avversari. In questo clima di cooperazione internazionale, garantito ulteriormente dalla rigorosa neutralità svizzera, fu siglata la Prima convenzione di Ginevra e sorse appunto, per vegliare sulla corretta applicazione, il Comitato internazionale di cui abbiamo parlato all’inizio. Con il trascorrere del tempo – ma anche con il ripetersi di numerose altre guerre – si svilupparono diversi organismi nazionali, ma soprattutto nacque anche la federazione internazionale delle associazioni con il compito di collaborare e scambiarsi informazioni.

Un fatto molto importante, a sancire la grande rilevanza di queste attività, ma a ribadire anche il ruolo insostituibile delle stesse, fu il conferimento al Comitato internazionale del premio Nobel per la pace nel 1917, ovvero in piena Prima Guerra mondiale. Inoltre, benché il Comitato sia tuttora una figura regolata dal diritto svizzero, esso non dipende in alcun modo da questo Stato ed ha assunto con il tempo a buon diritto un riconoscimento internazionale pieno a tutti gli effetti. “Sparare sulla Croce Rossa” – dopo aver riassunto in due parole azioni e valori morali ispiratori – ha insomma un significato decisamente negativo, quale appunto quello rivolgere le armi nei confronti di persone che per loro scelta, ovvero il soccorso degli inermi, le armi non le portano.

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