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domenica 22 Settembre 2019

Pio La Torre, eredità che non è stata raccolta

Il ricordo di Pio La Torre scritto da Vincenzo Vasile.
Pio La Torre, dirigente del Partito comunista in Sicilia, ucciso dalla mafia e da altri poteri politico-mafiosi 35 anni fa, assieme al suo compagno di partito Rosario Di Salvo.

Questa volta a differenza di altri precedenti anniversari dello stesso assassinio scarsamente ricordati e celebrati, c’è stata qualche occasione in più per rinnovare la memoria di Pio La Torre, il dirigente siciliano del Pci ucciso dalla mafia il 30 aprile di 35 anni fa. Vi sono state manifestazioni e convegni, la tv di Stato gli ha dedicato un documentario, seppur in un canale “di nicchia” come Rai storia.
Ometto, dunque, quest’anno un ragionamento sul come e sul perché Pio fu ucciso, e sul perché una volta colpiti e condannati esecutori e mandanti mafiosi non siano stati individuati altri mandanti e complici non mafiosi.
Quando al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa successivamente ucciso nella stessa sequenza di sangue cento giorni dopo l’assassinio del parlamentare comunista, fu chiesto perché avessero ucciso secondo lui La Torre, rispose con formidabile sintesi: “Per tutta la sua vita”.

Preferisco perciò affrontare uno spunto che mi pare finora sottaciuto. La Torre è ormai coralmente rimpianto: il testo della sua relazione di minoranza redatta alla conclusione della vecchia commissione antimafia (1976) è stato fatto proprio dai rappresentanti di tutti i gruppi delle due Camere con un solenne voto unanime chiesto dalla presidente Rosi Bindi.
Ma altrettanto diffusa è l’impressione che Pio non abbia lasciato eredi. Non parlo dell’eredità ideologica e della concezione del mondo di La Torre, né specificamente del suo impegno contro la mafia: altre idee, un altro mondo, e altra mafia e altra antimafia si sono inevitabilmente succeduti in questi anni.
Ma l’eredità di “tutta una vita” di La Torre, un’eredità a mio avviso non raccolta, riguarda la lezione di un impegno profondo e militante per cambiare le cose, una concezione profondamente vissuta della politica, al servizio – senza retorica – delle classi popolari.

Preferisco fare parlare Pio, attraverso le parole di una lettera indirizzata alla moglie Giuseppina Zacco, durante la prigionia ingiusta cui La Torre fu sottoposto dal marzo 1950 all’agosto dell’anno successivo. Quei quindici mesi all’Ucciardone, sarebbero stato siglati dalla assoluzione dello stesso La Torre e dei contadini accusati per l’occupazione di un latifondo a Mezzojuso, ma furono durissimi.
La Torre, che aveva radici popolari e umilissime, nella sua cella completò gli studi universitari, affrontò con coraggio la durezza della condizione carceraria e della repressione giudiziaria di quegli anni: gli morì la madre e gli nacque il primo figlio, Filippo. Non gli consentirono di vedere né l’una né l’altro.
È impressionante, come leggerete, l’intreccio tra le speranze di rinnovamento sociale, la battaglia per la riforma agraria, e le prospettive familiari della giovane coppia. Lo stesso giorno in cui Filippo La Torre vede la luce, all’Assemblea regionale siciliana nasce una legge di riforma agraria che risponde in parte agli obiettivi del movimento contadino che La Torre aveva guidato.
La Torre sottolinea questa coincidenza, ne parla alla moglie come di un unico e complessivo lieto evento, sicché in questa lettera passione politica e vicenda privata sono connesse come un tutt’uno, e ciò rende splendidamente “inattuale” e persino apparentemente “ingenua” questa pagina dell’album di famiglia di Pio.

 

Alla moglie Giuseppina

«È stata una lotta magnifica che tu hai affrontato tanto serenamente ed ora il nostro bimbo è una realtà viva e palpitante. Tutta la realtà nel suo sviluppo è una lotta continua di cui il protagonista in funzione attiva è ciò che nasce e che si vuole affermare.
Lungo e doloroso è stato il parto attraverso cui nostro figlio è venuto alla luce.
Nella stessa notte del 9 novembre all’Assemblea Regionale Siciliana si svolgeva una battaglia pure lunga e penosa a conclusione della quale veniva partorito un articolo importante della legge per la riforma agraria della Sicilia.
Può essere simbolica l’eventuale coincidenza di un fatto che di per sé è tanto importante ma, a parte l’eventuale coincidenza, una cosa è chiara: nostro figlio è frutto di volontà, gioia, energia e di sacrifici.
Egli è una forza nuova che si afferma, così, attraverso una lunga lotta dei contadini siciliani che incominciano a conquistare, palmo a palmo, la terra da lavorare.
Noi, con i nostri ideali, siamo protagonisti di ambedue gli eventi».

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