Sfida chiama sfida, e non sai bene chi abbia cominciato. Partiamo dal fatto più eclatante: la Corea del Nord lancia un nuovo missile balistico nello stesso giorno in cui il segretario di Stato Usa Rex Tillerson, presiedendo al consiglio di sicurezza dell’Onu una riunione sulla crisi, apre ai negoziati ma chiede un maggior isolamento diplomatico ed economico di Pyongyang ammonendo che «tutte le opzioni devono restare sul tavolo», compresa quella militare.
Dichiarazioni non lievi e decisamente minacciose che non sembrano aver ottenuto l’effetto desiderato. In contemporanea, da una regione a nord della capitale, il lancio per fortuna fallito di un missile a medio raggio, lanciato verso il mar del Giappone, esploso in volo pochi minuti dopo. Nessuna minaccia reale ma segnale chiaro di voler tener testa a Washington e di voler proseguire il proprio programma missilistico e nucleare.
Botte e risposta pericolose già al bis. Il 15 aprile, altro missile e altro fallimento (tutto per caso?)
nel giorno in cui il vice presidente americano Pence arrivava in visita a Seul.
Allarme e minacce
«Il Consiglio di Sicurezza Onu deve agire prima che lo faccia la Nord Corea», aveva sollecitato Tillerson, rischio “conseguenze catastrofiche”, senza precisare da parte di chi. Peggio Donald Trump in una intervista alla Reuters: «C’è la possibilità che si arrivi ad un grande, grande conflitto con la Corea del Nord». Cina e Russia, irritate, hanno frenato all’Onu, ammonendo a non agitare lo spettro di un’azione militare.
Il ministro degli esteri cinese, Wang Yi, ha chiesto agli Usa di fermare le loro esercitazioni con la Corea del sud. L’opzione dell’uso della forza in Nord «è totalmente inaccettabile, la nostra scelta deve essere quella di utilizzare gli strumenti diplomatici», ha rilanciato il vice ministro degli esteri russo, Gennady Gatilov. Ma gli Usa insistono con i muscoli.
Il sottomarino nucleare Uss Michigan, una squadriglia navale guidata dalla portaerei Uss Carl Vinson e installando a Seul il sistema di difesa missilistica Thaad che tanto irrita Pechino. Avviate inoltre le esercitazioni militari comuni sia con il Giappone che con la Corea del sud.
Presidente miliardario batte cassa
Se al palazzo di vetro Onu a New York per ora è schermagli, a Seul si litiga proprio. Le proteste della popolazione sul sistema di difesa anti-missile in Corea che forse li proteggerà ma che certo li indica come bersaglio prioritario. E poi, vera partita, i soldi. Il Ministero della Difesa della Corea del Sud chiarisce che devono essere gli Stati Uniti a pagare per lo scud. Risposta alla ormai consueta provocazione via intervista di Trump. «Ho informato la Corea del Sud che sarebbe opportuno che pagassero», aveva buttato lì il miliardario finito alla Casa Bianca. Il conto? Un miliardo di dollari.
Ma c’è il trucco. Secondo molti osservatori a Seul, l’accelerazione da parte di Washington dei tempi dell’installazione del THAAD non è casuale. Il 9 maggio in Corea del Sud elezioni presidenziali anticipate dopo l’impeachment dell’ex-Presidente Park Geun-hye travolta dallo scandalo della «sciamana». Partita politica interna difficile e possibile ribaltamento di posizioni politiche. Moon Jae-in, candidato dell’opposizione liberal-democratica e saldamente in testa nei sondaggi, ha più volte espresso il proprio scetticismo sullo scudo anti-missile, sostenendo che una decisione definitiva sul THAAD «dovrà essere presa dalla prossima amministrazione».
Tante partite dietro qui missili anti missile, dove il ‘nemico’ non è solo quello ufficiale a Nord e i missili Usa schierati sono messaggi con più destinatari. La Cina ha definito lo scudo anti-missile Usa in Corea una minaccia che «distruggerà l’equilibrio strategico nella regione». Ma Trump rilancia anche contro Seul. «Orribile», così lo ha definito Trump, l’accordo di libero scambio tra l’America e la Corea del Sud, e ha dichiarato di volerlo rinegoziare o concludere. Gli Stati Uniti hanno un disavanzo commerciale pari a 27,7 miliardi di dollari nello scambio di merci con la Corea del Sud.