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martedì 15 Ottobre 2019

Muscoli Usa esibiti alla Corea per arrivare dove?

‘America first’, e Trump alla fine ripropone la classica politica estera muscolare Usa. Kim Jong-un e le smargiassate. Da ridere, ma non ridono i coreani del Sud. Trump ipotizza attacchi aerei e missilistici, ma la Corea del Nord non è la Siria e può reagire, scatenando una apocalisse.
L’attacco in Siria non ha impedito ad Assad di proseguire la sua lotta alle opposizioni, il lancio della “madre di tutte le bombe” in Afghanistan non ha impedito ai Taliban di massacrare una guarnigione dell’esercito regolare di Kabul.
Politica estera della nuova amministrazione Usa priva di una visione strategica, accusa Michele Marsonet

C’era un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui la mobilitazione della flotta americana metteva subito in riga nemici o semplici avversari. Tutti infatti rammentavano la spettacolare potenza delle formazioni navali Usa, basate sulle grandi portaerei, che aveva consentito la sconfitta della marina imperiale giapponese nel secondo conflitto mondiale, e il susseguente dominio nell’Oceano Pacifico.
Nel dopoguerra le portaerei erano rapidamente diventate a propulsione nucleare e continuavano a garantire il suddetto dominio, non solo nel Pacifico ma in tutti i mari del mondo, Mediterraneo incluso. Nemmeno l’Unione Sovietica, l’altra superpotenza globale ora defunta, era in grado di contrastare la preponderanza degli Stati Uniti sul mare. Né, del resto, ci provava. L’equilibrio era piuttosto basato sulla parità dei missili intercontinentali in grado di distruggere – senza fare distinzioni – tanto Mosca quanto New York.

L’inopinata sconfitta subita in Vietnam, mai realmente metabolizzata a livello di opinione pubblica, contribuì a diminuire il prestigio Usa. Era infatti evidente che l’uso massiccio delle portaerei e dei velivoli che imbarcano non garantisce affatto la vittoria, soprattutto se l’avversario ha forti motivazioni e non si cura troppo delle perdite umane (come invece fanno gli americani).
Per quanto strano possa sembrare, il crollo dell’Urss ha sì lasciato agli Usa il ruolo di unica superpotenza globale ma, al contempo, ha aumentato a dismisura il disordine internazionale e la capacità americana di gestirlo. Le numerose flotte che gli Stati Uniti dispiegano ovunque nel mondo non sono più un deterrente decisivo.

Con il trascorrere degli anni si sono inoltre affacciati sullo scenario internazionale altri attori di primaria importanza, e soprattutto la Cina che incute ai suoi vicini asiatici – spesso alleati degli Usa – un timore non certo infondato.
Pare però di capire, cercando di districarsi tra tweet lanciati in continuazione e azioni di forza piuttosto estemporanee, che il neopresidente Donald Trump, forte del suo slogan elettorale “America first”, intenda riproporre la classica politica estera muscolare praticata da parecchi dei suoi predecessori. E lo fa, non a caso, dispiegando ancora una volta la flotta, sicuro (forse) che la comparsa delle bandiera a stelle e strisce sia sufficiente a scoraggiare gli avversari.

E’ tuttavia lecito nutrire seri dubbi che tutto ciò basti a ricondurre alla ragione la Corea del Nord e l’ultimo esponente della dinastia dei Kim. Trump e i suoi generali si dicono sicuri di poter gestire il caso anche senza l’intervento della Cina, qualora il colosso asiatico decidesse di non intervenire. Ma è davvero così?
La Corea del Nord non è la Siria. Il giovanissimo Kim Jong-un, proseguendo la politica del nonno e del padre, ha armato sino ai denti il suo piccolo Paese, ora diventato una potenza nucleare pericolosa. Lui e i suoi generali pronunciano smargiassate in pratica ogni giorno. Vogliono cancellare gli Usa dalla faccia della terra e affondare la portaerei Carl Vinson con un colpo solo. Viene da ridere sentendo simili affermazioni.

Occorre tuttavia notare che non ridono affatto i coreani del Sud. Seul è alla portata dell’artiglieria di Pyongyang, così come le basi americane nella parte meridionale della penisola. Trump e alcuni membri della sua amministrazione ipotizzano attacchi aerei e missilistici qualora Kim tentasse un nuovo test nucleare, ma gli effetti sarebbero di certo molto diversi da quelli sperimentati con il lancio dei Tomahawk sulla base siriana. Assad non può reagire, il giovane dittatore coreano sì. E ne andrebbe di mezzo subito la Corea del Sud.
Appare chiaro che Kim è diventato insopportabile per i vecchi alleati cinesi e pure per i russi, che tra l’altro con la Corea del Nord hanno un confine diretto (per quanto molto piccolo). Ma è davvero in grado Pechino di condizionare Pyongyang? Economicamente sì, ma il giovane dittatore è imprevedibile, ora ancor più perché sente che viene messa in pericolo la sua stessa sopravvivenza al potere. Senza scordare, tra l’altro, l’opinione di molti osservatori, secondo i quali avrebbe eliminato anche dei parenti stretti perché considerati, per l’appunto, troppo vicini a Pechino.

Insomma la politica estera di Trump dimostra ancora una volta improvvisazione e mancanza di una chiara visione strategica. L’attacco in Siria non ha impedito ad Assad di proseguire la sua lotta all’Isis. Il lancio della “madre di tutte le bombe” in Afghanistan non ha impedito ai Taliban di massacrare una guarnigione dell’esercito regolare di Kabul.
E’ lecito pensare che dei raid aerei non impedirebbero a un personaggio come Kim Jong-un di scatenare una vera e propria apocalisse, colpendo soprattutto la Corea alleata degli Usa. Più che un presidente, Donald Trump sembra un giocatore di poker, e neppure tanto abile. A riprova del fatto che l’abilità nell’uso di tv e social network non si trasforma automaticamente in capacità politica.

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