• 27 Febbraio 2020

Sinai e Libano le nuove frontiere del terrore

Chi si era convinto che liquidando Mosul e, soprattutto, Raqqa, la carneficina con l’Isis fosse giunta ai titoli di coda, deve ricredersi. Anzi, è meglio che si rassegni all’evidenza dei fatti. Los Profesores, che bivaccano nelle stanze sorde e grigie di diverse Cancellerie occidentali e che elaborano improbabili strategie di vittoria definitiva, sono sempre un passo indietro rispetto ai consiglieri militari del Califfo.
Il quale ringrazia sentitamente l’America, Bush-figlio e i raffinati feldmarescialli alleati per avergli gettato tra le braccia gli ufficiali più valenti dell’ex esercito di Saddam Hussein.

E siccome le disgrazie camminano sempre in compagnia e l’aggiunta è più del rotolo, il resto lo sta facendo Mr. “Scassotuttoio”, cioè Donald Trump, che ha bellamente mandato a farsi strabenedire i risultati raggiunti da Ercole-Obama in otto anni di sudatissime fatiche. A cominciare dall’intesa sul nucleare siglata con gli ayatollah, che era stata la campana a morto per le ambizioni di Netanyahu e gli aveva tolto definitivamente il sonno.
Adesso la “cosca vincente” che affianca l’Energumeno allo Studio Ovale ha deciso: contrordine compagni.

Dopo i giri di valzer Libano e Sinai sono pronti a esplodere e si ripunta, a occhi chiusi e senza esitazioni, sulla galassia sunnita. Gettando a mare gli ayatollah con tutto il turbante. Così, come nel Gioco dell’Oca, le paperelle tornano al punto di partenza e si tirano i dadi. All’avventura.
Le rogne progettate dall’Isis riguardano tre possibili location: la Valle dell’Eufrate, la provincia irakena di Anbar (vicino alla frontiera giordana) e le contrade più remote del Sinai egiziano.
La rivoluzione diplomatica di Trump, invece, avrà effetti dirompenti, presto o tardi, sul Libano. E sarà un botto che si sentirà a migliaia di chilometri di distanza.

Ma andiamo con ordine. Nel Sinai i “califfi” stanno facendo mangiare alle truppe del Cairo la polvere e le mani con tutti i gomiti, difendendo strenuamente la loro roccaforte del Monte Jabal Halal, nel cuore della penisola. Il complesso difensivo è attraversato da una ragnatela di gallerie sotterranee, che lo hanno già fatto soprannominare la “Tora Bora” del Medio Oriente, accomunandolo all’imprendibile rifugio di Osama bin Laden in Asia Centrale.
Gli esperti pensano che gli americani daranno fuoco a Jabal Halal come si fa con un termitaio: un’abbuffata di superbombe GBU-43/B e buonanotte ai suonatori. Chi campa campa e chi muore muore.

L’alternativa è un attacco con i missili da crociera, di cui hanno discusso il generale El-Sisi e lo stesso Trump alla Casa Bianca lo scorso 3 aprile. Il capo del Pentagono, James Mattis, però non ha ancora dato via libera, concedendo un po’ di tempo alle milizie di al-Baghdadi per riorganizzarsi. Così i “capataz” dell’Isis hanno potuto “smontare” e rimontare le cellule beduine che operano nella zona.
Considerato che ogni tribù è composta da 100 mila persone, e che nel Sinai ce ne sono una decina, i fondamentalisti hanno rimescolato le brigate, cercando di formare un esercito più omogeneo.
L’obiettivo potrebbe essere quello di organizzare un’ondata di attacchi terroristici nel Golfo di Aqaba (Sharm el-Sheik?) e sul Mar Rosso tout-court, colpendo i gangli vitali dell’economia turistica egiziana. A rischio anche il porto israeliano di Eilat.

Gli esperti giudicano “sotto scopa”, comunque, tutta la fascia costiera che arriva fino a Ras Muhamad. E ritengono che lo stesso centro di Aqaba possa essere un bersaglio appetibile per destabilizzare il settore terziario del sistema produttivo giordano.
Last but not least, l’emergenza ha fatto rafforzare la collaborazione tra i servizi segreti di Gerusalemme e del Cairo. Gli israeliani hanno chiuso immediatamente il varco di Taba, facendo le pulci a tutti gli egiziani che avevamo chiesto di recarsi sul Mar Rosso. Temono infiltrazioni terroristiche.
Fra le altre cose, al Mossad sono convinti che l’attacco al Monastero di Santa Caterina rappresenti una sorta di esperimento sul campo della nuova dottrina dell’Isis.

Libano: finora siamo agli appunti. Presto passeremo alle note scritte e quindi ai verbi difettivi. Segnatevelo. La giravolta di Trump ha indispettito gli iraniani ma, soprattutto, ha fatto andare su tutte le furie gli sciiti di Hezbollah.
I quali, senza la mordacchia di Obama, già vedono stroboscopico, come i capelli del nuovo Presidente. A Mosca pensano, a Teheran organizzano e sul Golan colpiscono. Questione di tempo.
Così anche Mr. “Sfasciotuttoio” si renderà conto che, in politica estera, spesso si entra gratis ma si paga il biglietto per uscire.

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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