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sabato 18 Gennaio 2020

Lotteria presidenziale, non solo Francia ma Europa

Gli undici candidati alle presidenziali francesi, immagine simbolo della macchinosità del sistema politico elettorale francese. I meccanismi, gli opportunismi, il ‘terrorismo utile’, il fascismo travestito, la Francia diseguale, la Francia che si tapperà il naso per votare.

Più che una previsione elettorale, somiglia ad uno scioglilingua in politichese d’oltralpe:
«Macron vincerebbe il ballottaggio con qualsiasi sfidante, mentre Le Pen perderebbe con chiunque. Mélenchon sconfiggerebbe chiunque tranne Macron, e Fillon perderebbe con tutti tranne Le Pen».
Molto intelligente, e assolutamente incomprensibile per qualsiasi persona dotata di comune buonsenso.
Più simile ad una finale di coppa calcistica che ad una competizione elettorale che a come uno idealizza un confronto politico. Domani giornata prima giornata elettorale, la scelta dei sue finalisti tra gli 11 velleitari candidati di inizio campagna presidenziale per l’Eliseo.

Due altre settimane di campagna di tifoseria in vista del ballottaggio e poi, per uno di loro, l’Eliseo.
Previsioni impossibili con sondaggi di cui è meglio non fidarsi troppo. I quattro principali candidati sono attualmente così vicini -sempre sondaggi- che qualsiasi coppia di pretendenti potrebbe arrivare al secondo turno.
Domani voterà anche la paura del terrorismo che la Francia ha scoperto di essersi cresciuta in casa.
Tra due domeniche i francesi dovranno poi decidere chi, dei due possibili presidenti usciti dal primo giro elettorale, farà a loro più paura. Il più classico del ‘voto contro’, una minoranza con il loro candidato del cuore da votare, e la maggioranza ad accontentarsi del ‘meno peggio’.

Di fatto oggi, vigilia, nessuno sa quale coppia di candidati arriverà effettivamente al secondo turno. A tutti e quattro i principali contendenti è attribuita una percentuale di voti compresa tra il 19 e il 22 per cento, una differenza praticamente equivalente al margine d’errore dei sondaggi. Inoltre, un terzo degli elettori dichiara di essere ancora indeciso.
Secondo Gwynne Dyer, attento giornalista canadese che legge il mondo da Londra, esistono sei esiti possibili per il voto di domenica. Tutto e il contrario di tutto.
Dalla ipotesi estrema di una fascista e un criptocomunista contendersi la presidenza al secondo turno. O varianti diverse, da una battaglia tutta la centro tra Emmanuel Macron e François Fillon. Variabili molto più probabili, la Le Pen candidata fissa e tre possibili concorrenti.

Con la memoria di presidenziali francesi precedenti. L’allora Front national di Jean-Marie Le Pen, il papà di Marine, più scopertamente xenofobo, ultranazionalista e neofascista. Il Le Pen papà arrivò al ballottaggio presidenziale contro il candidato Jacques Chirac.
Gwynne Dyer, ricorda come anche in Francia, si ricorse allora all’appello ai moderati, ‘votate turandovi in naso’, come fece Montanelli riguardo alla Dc. Uno slogan dell’epoca recitava: “Votate per il truffatore, non per il fascista”, e Chirac fu ‘presidente contro’ rispetto alla minaccia neo fascista.
Ma questa volta non sarà così facile, perché la Le Pen figlia ha capito che l’antisemitismo del papà non paga più, ma la retorica islamofoba sì, assieme al nazionalismo estremista. E lei urla la Marsigliese.

Marine le Pen, concorrente presidenziale quasi certa per il secondo turno, fa già paura a molti e per molte buone regioni. «La mia prima misura, quando sarò presidente, sarà ripristinare i confini francesi». Più trumpista di Trump, ha promesso di bloccare immediatamente l’immigrazione in Francia, di fare uscire la Francia dalla moneta unica e di organizzare un referendum sull’uscita dall’Unione europea. Unione europea senza la Francia, destinata allo sfascio. Troppo squilibrata sulla Germania, e sarebbe il fuggi fuggi. E c’è chi – Gwynne Dyer su Internazionale– a rischio menagramo, prevede che, «Senza i vincoli dell’appartenenza all’Ue, è probabile che i paesi membri dell’Europa orientale sprofonderebbero nella repressione interna e in conflitti internazionali». Caos sul Fronte Orientale, e lì c’è la Russia.

L’ipotesi Jean-Luc Mélenchon è decisamente meno allarmante, meno probabile, e per certi versi più divertente. Anche Jean-Luc non ama l’Unione europea così com’è, ma lui vorrebbe solo cambiarla. Militante trotskista da studente, oggi Mélenchon è un politico di sinistra sinistra. Uscire dalla Nato, dall’Organizzazione mondiale del commercio, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, «Strumenti di un capitalismo globale allo sfascio».
In casa vorrebbe limitare lo stipendio dei manager a venti volte il salario del loro impiegato meno pagato, imponendo un tetto massimo di 400mila euro di stipendio, sopra il quale si pagherebbe il 90 per cento di tasse. Non è una pessima idea.
Mélenchon anche divertente. «Stanno annunciando che la mia elezione scatenerà un inverno nucleare, una pioggia di rane, l’ingresso dei carri armati sovietici e l’arrivo dei venezuelani», ha ironizzato in un blog.

Dall’ironia agli opportunismi. Marine Le Pen, giá in testa nei sondaggi, non ha perso nemmeno questa tragica occasione per strumentalizzare la paura e rinnovare gli slogan dominanti della sua campagna: chiusura delle frontiere, fuori dall’Europa, espulsione del maggior numero possibile di schedati e sospettati di islamismo radicale, salvo il fondamentale dettaglio che si tratta quasi sempre di cittadini francesi, nati e cresciuti in Francia, spesso segnati da esperienze di criminalitá comune. Ma l’idea che parlare alla pancia dei cittadini, evocando fantasmi, continua a fare breccia a destra. Non solo Le Pen ma anche il disonesto Fillon fa l’avvoltoio cercando i consensi della Francia impaurita e disorientata, che chiede sicurezza, e protezione contro la minaccia terroristica. ‘Servono mani esperte come le mie’, dice Fillon, anche se mani un po’ troppo rapaci.

Un fatto è certo. La precisione del terrorismo jihadista che colpisce nei momenti cruciali della verifica politica negli ‘Stati nemici’. E da qui a poco gli appuntamenti elettorali in Germania e ancora una volta nella Gran Bretagna dopo la Brexit. Il jihadismo terrorista che semina stragi tra gli stessi musulmani, dentro realtà ex statuali come Iraq, Siria e Libia che proprio le nostre guerre occidentali hanno contribuito a distruggere.

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