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domenica 15 Settembre 2019

La demokratura turca di Erdogan sull’orlo della dittatura

Trump si congratula con Erdogan per il risultato del referendum. L’Europa si prepara a tempi difficili col vicino d’oltre Bosforo. L’opposizione in casa insiste con le accuse di brogli ma senza speranze. Erdogan che vince ma non troppo, presto a fare i conti con la sua vittoria fragile.

Donald Trump ha l’intuito politico dello scegliersi i simili. Ieri ha chiamato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per congratularsi della sua contestata vittoria nel referendum, parlando di sfuggita, anche di Assad.
Lo rende noto la Casa Bianca.
I due capi di Stato hanno «concordato sull’importanza di ritenere responsabile Assad». ‘Ritenere responsabile’, scrive la sempre attenta Ansa, non ‘accertare le colpe’ ma concordare un colpevole comune, utile ai due interessi di Stato.

Fotografia degli Stati Uniti di Trump e della Turchia di Erdogan.
Ma rimaniamo sul Bosforo.

Erdoğan e la vittoria fragile

Bernard Guetta, su France Inter, scrive di una vittoria estremamente fragile. Il 51 per cento, tenendo conto del fatto che Erdoğan si è impegnato in prima linea fino all’ultimo, è una maggioranza estremamente risicata. L’Akp, il partito di Erdogan, e l’estrema destra alleati, hanno perso dieci punti dalle ultime elezioni.
Peggio: le tre città principali, Ankara, Istanbul e Smirne, hanno votato “no”. Le classi medie urbane, la Turchia utile, quella dei quadri e di chi prende le decisioni – hanno manifestato il loro dissenso confermando un’evoluzione che si percepisce già da anni.

Dove va la Turchia?
Bella domanda, risposta non pervenuta. All’incrocio tra l’Europa, l’Asia e il Medio Oriente, il paese sembra in piena crisi. Erdoğan e l’Akp trasformati nel giro di un decennio di potere assoluto. Partito islamo-conservatore, illiberale, neo ottomano, antieuropeo. Diffidenza reciproca, con gli elettori europei non volevano un nuovo allargamento, soprattutto di un paese musulmano. Integrazione con l’Europa rinviata ai tempi della storia. Ma non solo. E il “neo-ottomanesimo”, la ricostituzione dell’Impero ottomano sotto forma di influenza economica, è andato a sbattere contro il caos creato nel 2011 dalle rivoluzioni nel mondo arabo.

L’Erdogan arrogante e debole
Turchia senza più futuro a est e a ovest, eppure l’arroganza di Erdogan straripa, mentre la nascita dei Kurdistan autonomi in Iraq e Siria ha risvegliato l’irredentismo dei curdi turchi, e l’economia del paese si sta sgonfiando. Già da tempo il pendolo politico turco non oscilla più tra democrazia e dittatura, ma tra due modus operandi dittatoriali, ‘demokratura’ sottolinea il giornalista Cengiz Aktar. E il tentato golpe di luglio ha regalato a Erdoğan il regime presidenziale che sognava dal 2010. In realtà la Turchia vive in una situazione d’emergenza dalla rivolta di Gezi Park e degli scandali sulla corruzione nel 2013. Usura del potere, valutano in molti.

Le conseguenze dell’isolamento
Con la fine del ‘contratto europeo’, il regime ha accelerato per trasformare non solo il sistema politico ma anche la società. L’istruzione, l’esercito, la magistratura, le imprese, l’amministrazione e la diplomazia del paese funzionano sulla base della lealtà al regime islamista di Erdogan. Esiste un legame diretto tra il fallimento dell’integrazione europea della Turchia e la radicalizzazione autoritaria e antioccidentale del regime, è l’analisi più articolata. Ora Turchia accentuerà la presa di distanza dall’occidente, forte del risultato del referendum. Ma anche se avesse vinto il No, avrebbe semplicemente continuato con la sua linea autoritaria conservando lo stato d’emergenza.

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