• 27 Febbraio 2020

I progetti di Trump sulla Corea

Santa e serena Pasqua. Augurio di pace e di speranza che oggi non è più tanto di moda alla Casa Bianca. No. Finita l’era del “we can” (“ce la possiamo fare”) tanto cara a Barack Obama, Presidente quasi-poeta dell’approccio cooperativo in diplomazia (nonostante le maccheronate commesse), adesso siamo passati al “we shoot” (“noi spariamo”), di Donald Trump. Lui i cannoni se li abbraccia. I missili e gli esplosivi assortiti, poi lo mandano in sollucchero.
Tanto che, per mostrare i muscoli urbi et orbi, ha fatto esplodere sulla capa dei miliziani islamici afghani una superbomba da 21 mila libbre (circa 10 tonnellate, di cui 8 di solo esplosivo).

La “MOAB” (Massive Ordnance Air Blast), per la verità, è stata concepita per essere utilizzata contro i bunker sotterranei degli eventuali nemici “di peso”(russi, cinesi) o contro le formazioni corazzate di Mosca. Gettarla in testa a qualche decina di talebani travestiti da guerriglieri del Califfo è come sparare alle mosche con la lupara. Ma niente paura. Si fa per dire. Perché dovremmo aggiungere: tenetevi forte dalle sedie e fate gli scongiuri, dato che il peggio potrebbe essere dietro l’angolo.
Allora vi diciamo che qualcuno dei cervelloni della Casa Bianca (e del Pentagono) ha suggerito a Trump un’escalation militare per far vedere chi comanda oggi nel mondo.

Gli americani? “Ma mi faccia il piacere”, avrebbe detto il grande Totò per pungere e fare scoppiare i vari palloni gonfiati (di presunzione) che affollano la nostra vita quotidiana. Il mondo è un boccone troppo grosso da masticare e trangugiare per tutti, anche per gli Stati Uniti supertecnologici. Figuriamoci per Trump, abituato a ingozzarsi di ostriche e aragoste e che ha scambiato la politica estera per un giro alla roulette di Las Vegas.
Insomma, chi sperava di essersi lasciato alle spalle la paura di una guerra totale deve ricredersi. Anzi, deve cominciare a sudare freddo. La fortissima asimmetria politica, economica e culturale e l’emergere di egoismi nazionali sempre più rampanti, mettono la pace a rischio.

Crollata l’Unione Sovietica, fallita la profezia di chi vedeva un “mondo unipolare” caratterizzato dalla “fine della storia” (come Francis Fukuyama), oggi ci ritroviamo, per dirla con Richard Haas (autorevole analista del Council on Foreign Relations) in un pianeta “senza polarità”, caratterizzato da scenari complessi, imprevedibili e, quindi, ingovernabili. Così siamo passati dall’effetto “sottiletta” (stretti tra due blocchi) a una sorta di effetto “pasta per la pizza”, che quando la quantità è insufficiente, stira di qua e stira di là, per mascherare i buchi finisce per sbrindellarsi.
Pigliamo la Corea del Nord. Il Presidente Usa pensa di poter mettere la camicia di forza al regime di Pyongyang utilizzando le “superarmi” convenzionali (come la bomba MOAB) per distruggere quelle nucleari in possesso di Kim Jong-Un.

Qualcuno gli ha anche detto che bisogna farla in fretta questa guerra “preventiva”, prima che i nordcoreani sviluppino missili vettori in grado di raggiungere le Hawaii, se non addirittura la California. Capito mi hai? Così se Kim deciderà di mettersi uno scolapasta in testa e di sparare qualche atomica, “per rispondere alle provocazioni”, le pere le pagheranno i vicini di cella (manicomiale) dell’invasato di Pyongyang. Cioè Giappone e Corea del Sud.
E siccome da cosa nasce cosa, va a finire che per andare appresso ai neurodeliri di Kim, il nostro eroe senza macchia e senza paura (Trump), che in quanto a psicolabilità non scherza, finirà per mettere il mondo a rischio di fare un botto di quelli epici. Che manco Giovanni (di Patmos?) aveva previsto nella sua Apocalisse.

I più allarmati sono i suoi nuovi amici di Gerusalemme. I quali gli hanno fatto sapere che Putin, tanto per far capire dove stiamo andando a parare, ha fatto uscire dagli arsenali e ha cominciato a tirare a lucido le sue “superbombe” convenzionali, le AVBPM, capaci di far esplodere, ognuna, l’equivalente di ben 11 tonnellate di tritolo. Sai che bellezza!

Piero Orteca

Piero Orteca

Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

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