giovedì 18 luglio 2019

Turchia, referendum tra democrazia ed Erdogan

Per la Turchia sempre più islamizzata di Erdogan, la domenica di Pasqua è referendum. Voto sul futuro istituzionale del Paese: o repubblica parlamentare o ‘demokratura’ a misura di Erdogan, neo Sultano ottomano 2.0
Il risultato delle urne avrà effetti anche sull’Europa, sulla gestione dei migranti e sulla lotta all’Isis.

Democrazia o demokratura. Un referendum per scegliere tra le forme delle democrazia parlamentari modello occidentale e un’altra cosa inventata dall’attuale autoritario presidente turco Erdogan per farsi nominare despota assoluto tra gli applausi del popolo. Altra cosa dalla democrazia, anche se non ancora dittatura. Demokratura, qualcuno la chiama, sintesi tra alcune forme dello Stato e certa sostanza autoritaria.
La possibile Turchia dell’uomo solo al comando, sciolto da ogni vincolo e liberato da ogni controllo, con problemi per tutti i suoi vicini, Italia compresa.

15 anni di potere non bastano. Per Erdogan, la scommessa della vita per altri 20 anni, imponendosi al potere più del padre della Turchia Ataturk, Turchia ancora laica. E lui gioca pesante, come sempre. Occupazione manu militari dei media, propaganda a tappeto sino agli sperduti villaggi dell’Anatolia, arresto dei leader dell’opposizione con accuse pretestuose. Persino un film agiografico sul capo, “Reis”, talmente spudorato da attirare solo 170 mila spettatori. Ingrati, visto che è costato 8 milioni. Flop cinematografico premonitore?
I sondaggi danno i sì e i no alla riforma costituzionale sul filo del 50 per cento, nonostante quanto detto sopra e molto altro che non sappiamo.

«Presidente dello Stato». Se dovesse vincere Erdogan diventerebbe ‘Presidente dello Stato’, non semplice presidente come ora, con la possibilità di rimanere in carica per due mandati, al potere sino al 2034, all’età di 82 anni, se Allah non deciderà altrimenti. Nelle sue mani una concentrazione di poteri inimmaginabile in qualsiasi forma dei democrazia. Nominare personalmente ministri, giudici e rettori universitari, emanare leggi con decreti senza nemmeno l’ostacolo di un primo ministro la cui figura viene semplicemente abolita. Equilibrio di poteri di fatto inesistente e ipotetica impeachment, impossibile da ottenere.
Il coronamento di un sogno neo-ottomano, lo chiama qualcuno, a quasi un secolo dalla fine di quell’impero, assieme al funerale dello Stato laico voluto da Kemal Ataturk.

Fratelli musulmani nascosti. L’Akp, il partito di Erdogan monopolista del potere, è storicamente una filiazione mascherata dei ‘Fratelli musulmani egiziani’. Cauti nel loro inizio, per farsi accettare internazionalmente. Oggi, nell’aumento delle donne velate attorno, persino il progetto di far tornare la ex basilica di Santa Sofia, a Istanbul, oggi monumento, in una moschea come fu dopo la conquista di Costantinopoli. Lontani i tempi in cui Istanbul voleva diventare di nuovo il faro per non solo economico ma anche politico e culturale per tutta l’area mediorientale e la vicina Europa. Oggi, invece che ponte per l’Eurasia, l’Ankara di Erdogan compie una scelta di campo precisa: farsi capofila di un Islam che ritrovava un orgoglio di rinascita.

I vicini e i problemi. Dalla politica del «Nessun problema con i vicini», a «nessuno vicino senza problemi», ironizza Gigi Riva, sull’Espresso, causa la disinvoltura nello stringere e ripudiare alleanze a seconda delle convenienze. Erdogan che si era illuso di usare lo Stato islamico del Califfo per rovesciare Assad e farsi campione dei sunniti. Costretto ad allearsi con Putin e mediare con Assad, si e trovato gli attentati Isis in casa. Giravolte ed errori. Ai confini cresce il peso dei curdi siriani e iracheni. Uno stato curdo già di fatto in Iraq, un pezzo dentro una eventuale federazione siriana senza Assad. Mentre nel sud est del Paese, le terre dei curdi di Turchia, sottoposti a feroci repressioni ed arresti, molti parlamentari tolti di mezzo e incarcerati, stanno alimentando odio separatista sempre più difficile da contenere.

Il golpe utile al Rais. Il controverso tentato golpe del 15 luglio 2016. Liquidato quanto restava del kemalismo laico nell’esercito. E la resa dei conti politica, capillare, micidiale, folle. Le cifre rese note lunedì 3 aprile dal ministro dell’Intero Suleyman Soylu. ‘Purga di stampo staliniano’ la chiama Ruva. 47.155 arrestati di cui 10.732 poliziotti, 7.634 militari (168 i generali), 2.575 magistrati, 26.177 civili (moltissimi insegnanti) e 208 amministratori locali. Altri 863 sospetti sono ancora ricercati. Il totale delle persone poste in stato di fermo,113.260. E inoltre gli oppositori filocurdi in carcere, a partire dal loro leader Selahattin Demirtas, assieme a circa 150 giornalisti, record del mondo.

Ricatto all’Europa. Con Erdogan vincente l’Europa scoprirebbe ai sui confini sud un Paese ostile.
Paese che sino ad oggi ha bloccato tre milioni di profughi in cambio di denaro, pronto ad usare quei disperati come arma. La Turchia parte della Nato, ma sempre meno convinta e fedele. La Turchia che frena l’offensiva su Raqqa, “capitale” siriana dello Stato islamico -analisi anche si fonti Usa- nel timore che la vittoria venga attribuita ai curdi siriani che sono l’avanguardia nella battaglia che si trascina per colpa di alleati incerti.
Ultima battuta da Gigi Riva, il Bosforo che si allarga per una deriva dei Continenti non geologica ma tutta politica.

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