• 27 Febbraio 2020

Girandola Trump ora ama la Cina ma nessuno si fida

Oscurato dall’attacco missilistico americano alla Siria di Assad e dall’ennesima strage jihadista a Stoccolma, l’importantissimo incontro in Florida tra Donald Trump e Xi Jinping ha avuto su stampa e media un impatto assai minore del previsto. Eppure c’erano grandi attese circa quest’evento, visto che il contenzioso economico-commerciale con la Cina era uno dei temi caldi della campagna elettorale del neopresidente Usa, sul quale egli aveva speso fiumi di parole e di minacce più o meno dirette.
I pochi articoli comparsi parlano di un’atmosfera rilassata e costruttiva, e di un Trump che ha accettato “con entusiasmo” l’invito di Xi a recarsi a Pechino in tempi ragionevolmente brevi. Le fotografie ci mostrano i due leader sorridenti mentre parlano con accanto le rispettive mogli, nell’atmosfera lussureggiante della tenuta trumpiana di Mar-a-Lago.

Ma si può credere davvero a tutta questa gioiosa rilassatezza, o è invece lecito pensare che tra i due covasse una tensione mascherata (soprattutto da parte cinese?). E’ ovvio che la seconda ipotesi è assai più realistica della prima. Anche perché, senza alcun avvertimento preliminare, i Tomahawk sono partiti dalle navi da guerra Usa proprio nelle ore della visita di Xi il quale, dunque, non ha neanche avuto l’opportunità di commentare l’evento.
Gran parte degli osservatori concorda che si è trattato di un chiaro messaggio rivolto proprio alla leadership di Pechino. Il tycoon, a differenza di Obama, è sempre pronto a premere il grilletto senza molto curarsi delle conseguenze. In altre parole, lo sgarbo a Putin può in qualsiasi momento essere ripetuto con Xi Jinping se al posto della Siria mettiamo la Corea del Nord. Kim Jong-un è, in fondo, più pericoloso del dittatore siriano, e già più volte esponenti di Washington hanno detto che la “pazienza strategica americana” nei suoi confronti è esaurita. E poco importa se Pyongyang è una potenza nucleare dotata di un arsenale missilistico temibile.

Se si leggono i commenti della stampa cinese in lingua inglese non si trovano segnali di tensione. Si parla di un successo oltre le aspettative, di risultati “altamente simbolici” anche se nulla di concreto è stato deciso. Inoltre il vertice è stato utile perché i due leader si sono finalmente conosciuti di persona creando così un rapporto personale che prima non esisteva. E questo – in teoria – è utile per far capire a Trump quali sono i punti sui quali la Repubblica Popolare non è disposta a transigere. Ma la stampa suddetta nota anche che in autunno vi sarà il 19mo congresso del Partito Comunista, nel quale la leadership di Xi dovrà essere confermata.
Si è trattato, insomma, di un incontro di pura facciata, dove il futuro delle relazioni bilaterali è stato delineato in modo generico senza affrontare i due problemi fondamentali sul tappeto: la Corea del Nord e la guerra commerciale che il tycoon ha a più riprese minacciato di scatenare durante la campagna elettorale. E’ probabile che i cinesi, maestri di concretezza, avrebbero preferito un summit più operativo, salvo accorgersi – con imbarazzo – che il meeting si teneva in esatta coincidenza con l’attacco alla Siria (poi condannato ufficialmente dai portavoce di Pechino).

A questo punto tutti nel mondo (Putin incluso) hanno capito che il nuovo presidente americano è personaggio volatile e assai poco affidabile. I suoi comportamenti sono l’esatto contrario delle promesse fatte in campagna elettorale e, per di più, a Washington è in atto una lotta all’ultimo sangue tra fazioni opposte, di cui finora la vittima più illustre è proprio lo stratega della campagna Steve Bannon. Acquistano potere i militari più vicini al tradizionale establishment repubblicano, ne perdono gli esponenti più ideologizzati del trumpismo. E ciò sta causando delusione tra le fila dell’elettorato che aveva portato il magnate alla vittoria.
Ammesso che Trump non prema di nuovo il grilletto prima del suo viaggio a Pechino, è chiaro che i cinesi si trovano a fronteggiare dei dilemmi non di poco conto. Anche se, contrariamente ai russi, non si facevano troppe illusioni poiché il candidato Trump li aveva già attaccati pesantemente prima della sua elezione. Mai come in questo caso le previsioni si rivelano impossibili. Anche perché, come osserva Sergio Romano sul “Corriere della sera”, l’unica cosa che pare interessi al neopresidente è il tweet del giorno dopo.

Michele Marsonet

Michele Marsonet

Michele Marsonet, Prorettore alle Relazioni Internazionali dell'Università di Genova, docente di Filosofia della scienza e Metodologia delle scienze umane.

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