lunedì 18 dicembre 2017

‘Cofecchie’ e intrighi di nozze, non solo commedia

Elegia della famiglia e il grande inganno. De Carolis sempre in cerca di guai ci propone gli ‘Intrighi di nozze’. L’inferno che può essere una famiglia in un romanzo, ‘grottesco, cinico e trash’. E c’è la ‘cofecchia’, ‘a Napoli una sottile trasgressione, un inciucio, uno sparlare farcito di piccole falsità e malizie…’
Si parla spesso di violenze domestiche, ma ci sono comportamenti sottili, che sono violenza anch’essi, e che si fa più fatica a riconoscere…

A metà strada fra la festa del papà e quella della mamma prossima ventura, Gatto randagio ha ben pensato di andare a leggere un libro che parla di famiglia… Ma quel birbante di un gatto sembra abbia preso gusto a remar contro. E si fa attrarre da un titolo giallo su fondo blu, “Intrighi di nozze”, ma forse ancor più dal sottotitolo: famiglie, segreti e “cofecchie”. E per chi non lo sapesse, a Napoli e dintorni, la cofecchia, starebbe a indicare una sottile trasgressione, un inciucio, uno sparlare farcito di piccole falsità e malizie…
Romanzo grottesco, questo “Intrighi di nozze”, come chiarisce subito l’autrice, Antonella Lia, che è psicoterapeuta, da anni impegnata nella difesa dei bambini. Per questa volta lascia da parte il linguaggio del saggio e, per parlare di quell’inferno che può essere una famiglia, sceglie la forma del romanzo, grottesco, cinico e trash…

Che dire, Gatto randagio si è divertito un mondo a leggere… a partire dalla citazione di Milan Kundera che, in esergo, su tutto accende un fascio di luce “livida”…
“Un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile”.
Così noi, lettori avvertiti, riusciamo a vedere tutto il kitsch che i protagonisti del romanzo, immersi come ne sono fino al collo, non riescono a vedere.
E sullo sfondo di una Napoli assolata (almeno io non riesco che a pensarla così) si muovono Susy e Luca, i due promessi sposi alle cui nozze si riferisce il titolo, insieme alla folla di parenti e amici e conoscenti. E sono, Susy e Luca, il fulcro di una inconsapevole danza macabra, dove tutto è ostentato ed esasperato, e fra maneggi e tresche tutto conta, tranne la realtà dei loro sentimenti… perché, in un universo dove solo l’apparenza conta, “tu quello schifoso te lo sposi!”. Pensiero di mamma…

Perché, fin dall’inizio, una cosa appare chiara… che i due futuri sposi non sono affatto convinti del passo che stanno per compiere. Ma, anche se non più innamorati, sono “costretti a portare a termine il progetto di nozze”, non più solo loro. Che volete… ormai… la tremenda macchina ormai s’è mossa intorno a loro… e poi, e poi… il perbenismo, i luoghi comuni, il volere dei genitori, le falsità, le ipocrisie, insomma, tutto “il meglio di sé” che la famiglia purtroppo spesso sa così bene offrire…
Kitsch sono i gusti, gli arredi, i vestiti, il castello prenotato per le nozze, il luccicante abito da principessa, tanto abbagliante da far chiudere gli occhi e, ancora una volta, celare la verità. Perché anche Susy, alla fine, non sfugge: rimane ostinatamente fedele all’immagine di sé che ormai ha dato agli altri, abbarbicata, anche quando non ci crede più, al sogno della felicità con l’uomo che sarà l’occasione per uscire di casa e “riparerà le sue ferite”…

Ma non ci imbroglia, Antonella Lia… il gioco di questo racconto nasce dalla sua lunga esperienza a proposito di famiglie. E del dolore che troppo spesso vi si annida. Quando si “abita la menzogna”…
E leggendo leggendo, fra una risata e l’altra, sale l’inquietudine. E viene da pensare che questo “romanzo grottesco” andrebbe letto e poi riletto dopo aver risfogliato gli altri libri dell’autrice, lavori dai titoli ben eloquenti: “Abitare la menzogna, la retorica della famiglia perfetta e la rabbia giovanile” e “Inferni familiari”.
Nelle cui pagine non fatichereste a riconoscere anche Susy e Luca, e il carico dei disturbi emotivi, che impedisce loro scelte serene e consapevoli, afflitti come sono da quella che Antonella Lia definisce “peste genitoriale”, che non è un insulto, ma vera patologia.

Si parla spesso di violenze domestiche, ma ci sono comportamenti sottili, che sono violenza anch’essi, e che si fa più fatica a riconoscere… e quanto più è ‘normale’ la famiglia, più subdola è la violenza, come ha ben spiegato l’autrice, che fra l’altro ha lavorato nelle unità socio-psico-pedagogiche del Provveditorato agli Studi di Napoli, e tante storie vere, tragiche, amare. ha conosciuto…
Qual è il messaggio questi “intrighi di nozze?”. Nonostante il cammino pur fatto nell’ultimo mezzo secolo, la propaganda della famiglia “nido sicuro e caldo” continua a tramandarsi…E ancora si insegna alle bambine a credere nelle favole e aspettare principi azzurri, ricorda Antonella Lia, “poi ci penseranno le fiction, i romanzi d’amore, i western con ‘arrivano i nostri’….Questa falsa rappresentazione della realtà che fa riporre aspettative esagerate nei confronti dell’amato… e quando si crede di averlo incontrato, difficilmente lo si molla, anche se si mostra disturbato o violento, perché ci si illude di riuscire a cambiarlo…”.
E sappiamo quante assurde tragedie…

“Mentre la musica dell’organo esplode solenne, dagli occhi di Susy scendono a fiotti lacrime inarrestabili. E’ un fiume in piena. Le amiche sussurrano: -Quant’è bella la sposa, e quanto è commossa!-
Susy piange la sua menzogna…”
Insomma, divertitevi pure con il gioco di intrighi di questo romanzo. Ma è riso amaro… e sollevando a tratti il velo di tutto il Kitsch che lo inonda, rientrerà anche nel vostro campo visivo qualcosa di “ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile”.

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