venerdì 24 maggio 2019

Medio Oriente lettura grandi firme

Siria oltre ciò che appare. Ciò che è accaduto oltre a ciò che ci è stato raccontato. Ciò che potrà accadere a causa di quanto realmente accaduto. Eravamo quattro amici in giro per il mondo a raccontare ciò che accadeva in brutte zone e situazioni del mondo. Belle ‘firme’ tra le tante di questo giornale senza fronzoli e denari. Un autore di Remocontro a voi già noto, Massimo Nava, che imperversava della pagine dell’allora ‘Corrierone’. Ugo Tramballi, lord pensatore dalle trincee percorse dal Sole 24 ore quando era bibbia economica, e il suo assaltatore Alberto Negri. Chi oggi fa lo scrivano di redazione trasmetteva i suoi reportage sul ‘Tg1 10milioni’, che oggi se lo scordano. Amici concorrenti, sempre, ma con stima incrociata e meritata.
Vale la pena di leggerli.

Massimo Nava, perché ora

[…] C’é da chiedersi chi aveva interesse a scatenare la reazione di Trump? Lo stesso Trump che si era opposto quando Obama era pronto a intervenire? Non certo la Russia, se non in un improbabile doppio gioco per sbarazzarsi dello scomodo alleato Assad. Non certo Assad, se non per una improbabile dimostrazione di essere ancora al comando e in grado di decidere anche le mostruositá. Forse settori del regime contrario alla sudditanza da Mosca. O forse i ribelli, con un improbabile autogol per suscitare compassione e sostegno. Dovunque, nelle guerre civili, il gioco perverso é riuscito. Ricordate le stragi in Bosnia e Kosovo?
Di sicuro Trump ha colto l’occasione per fare sapere agli americani e al mondo che l’isolazionismo Usa é patacca elettorale, con buona pace dei populisti di casa nostra che avevano applaudito.
Quel che è certo é che al di là delle parole dure del giorno dopo, gli americani avevano avvertito tutti del raid. I siriani si sono ritirati nelle caserme. I russi hanno evitato voli di ricognizione. Insomma fate pure, tanto non serve a nulla. E Trump ha già detto, basta così per ora. L’Europa non ha detto niente, ma che cosa c’era da dire?
Si piange per un altro massacro. E in Siria si continua a morire, in attesa che l’ONU o la civiltà battano un colpo.
Con le armi chimiche sarebbe da abolire anche la stupidità, ma questo è più difficile.

Ugo Tramballi, la prima guerra di Donald

[…] il breve, contenuto, primo e -si presume- unico bombardamento americano diretto contro il regime di Bashar Assad, rivela cose più importanti e più vaste della sola geopolitica mediorientale. Il vero obiettivo politico non era tanto punire il dittatore di Damasco quanto ammonire Vladimir Putin e Xi Jinping, i veri concorrenti degli Stati Uniti in una dimensione molto più ampia del semplice Levante.
[…]In questi anni Vladimir Putin è stato la prova vivente che la determinazione a usare la forza anche senza avere i mezzi dell’avversario (il Pil russo è di 1,3 mila miliardi di dollari, quello americano di 18mila), alla fine paga molto in termini di potere geopolitico. E mentre affermava il suo profilo di leader globalista, presentandosi al World Economic Forum di Davos – l’antitesi del maso chiuso di Trump – da anni Xi consolidava la forza militare convenzionale e nucleare della Cina.
Ci sono due interessanti coincidenze con il bombardamento in Siria: due giorni prima Bannon era stato estromesso da un ruolo da protagonista della sicurezza nazionale; e l’attacco è avvenuto mentre Xi Jinping arrivava in Florida. La prima delle coincidenze riguarda più gli equilibri di potere americani, la seconda la sicurezza mondiale. E’ difficile non pensare che il presidente cinese non si sia chiesto con preoccupazione se Trump abbia in mente di bombardare anche la Corea del Nord. Se forse il bombardamento in Siria non avrà conseguenze – è probabile che da domani nel Levante tutto torni come l’altro ieri – un attacco a Pyngyang non resterebbe circoscritto, ne seguirebbe probabilmente un’escalation militare. E’ quello che lo stato profondo che è tornato a governare a Washington, non vuole. Ma da oggi, in un mondo troppo multipolare per essere sicuro, è meglio avere qualche dubbio.

Alberto Negri, guerre che non si vincono

[…] Al Pentagono sanno che non sarà un lancio di missili Tomahawk verso una base aerea a sbalzare dal potere Assad e neppure a cambiare le sorti della guerra. È uno “strike” utile a riallineare Washington con i suoi storici partner in Medio Oriente – Turchia, Israele e le potenze sunnite – assai scontenti di una politica troppo vicina a Mosca e favorevole all’Iran sciita. Soltanto pochi giorni fa gli Stati Uniti avevano detto a Erdogan e all’Onu che abbattere Assad «non era più una priorità di questa amministrazione» e che poteva essere un alleato contro i jihadisti: il che significava liquidare seccamente l’obiettivo di Ankara – già costretta a chinare il capo con Mosca e Teheran – e delle monarchie del Golfo. Un cambio di rotta repentino deciso da Trump ma forse soprattutto dai generali Mattis e MacMaster che conoscono a fondo la regione.
[…] La punizione del regime farà piacere alla Turchia e alle monarchie del Golfo che per abbatterlo hanno sostenuto i jihadisti. Che poi i sauditi ammazzino tutti i giorni dei bambini yemeniti bombardando i ribelli Houthi non è un evento degno di nota nell’agenda occidentale. Israele, che dal 1967 occupa il Golan siriano, vede nell’attacco Usa un via libera ai raid e a un possibile attacco agli Hezbollah libanesi. La guerra all’Isis si incrocia di nuovo con quella ad Assad: ma sarà vera guerra o Trump ha solo mostrato i muscoli? La seconda ipotesi appare più probabile perché un cambio di regime a Damasco è un’impresa troppo impegnativa e dopo l’insuccesso di Bush junior in Iraq e di Obama in Libia forse gli americani qualche cosa hanno imparato.

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