giovedì 18 luglio 2019

La Cina ospite Usa, un giro sulla giostra Trump

La politica estera di Donald Trump alla prova della Cina, era l’attesa del mondo. Ma forse la politica di Trump non esiste. Esistono i gesti clamorosi, i twitt, i missili a sorpresa. Col presidente cinese Xi ospite accanto Trump insiste e, dopo lo Yemen, lancia la sua quasi guerra sulla Siria.
Ci occupiamo della Cina con Michele Marsonet, che bene la conosce. Ma assieme di Trump. Pezzo scritto prima dell’azione a sorpresa sulla Siria, ma vedrete, preveggente.

C’era grande curiosità nel mondo intero a proposito della politica estera di Donald Trump. In altre parole, tutti s’aspettavano che, una volta entrato alla Casa Bianca, il tycoon avrebbe finalmente scoperto le sue carte lasciando capire quali delle tante frasi a effetto twittate nel corso della sua scoppiettante campagna elettorale dovevano essere prese sul serio, e quali no.
Ebbene, niente da fare. Lui si è accomodato nello Studio Ovale da alcuni mesi ma le sue reali intenzioni restano avvolte da una nebbia che più fitta non potrebbe essere. Ha probabilmente ragione il filosofo politico di Princeton Michael Walzer quando nota che l’attuale presidente Usa una politica estera proprio non ce l’ha, e che i tanti slogan della summenzionata campagna erano, per l’appunto, solo slogan. Magari efficaci per attirare il consenso di un elettorato desideroso di un cambiamento a ogni costo, e tuttavia inutili – se non addirittura dannosi – per l’azione politica quotidiana.

Basti vedere l’incredibile girandola di collaboratori chiave prima esaltati e poi silurati o costretti a dimettersi. Non ultimo il caso di Steve Bannon, che pareva destinato a lasciare la sua impronta sulla presidenza trumpiana e poi finito come tutti sappiamo (anche se alcuni sospettano che la sua influenza sul presidente sia destinata a durare, ma dietro le quinte). Per non parlare dell’improvvisa svolta anti-Assad in Siria, prima di avere prove certe della sua colpevolezza e dopo aver detto a più riprese che il dittatore di Damasco è utile nella lotta contro l’Isis.
Nel frattempo aumenta la presenza dei militari nello staff presidenziale e ogni giorno si apprende di un “possibile” intervento diretto americano contro lo stesso Assad da un lato, e la Corea del Nord dall’altro. Persino Putin appare perplesso di fronte a simili giravolte. Ma il problema principale è certamente quello dei rapporti tra Usa e Cina.

Molti sperano che l’incontro personale tra Trump e Xi Jinping, tra l’altro nella tenuta del tycoon in Florida e non a Washington, riuscirà a stemperare la tensione tra le due maggiori potenze mondiali. E si sa che i cinesi, dall’alto della loro plurimillenaria storia e forti degli insegnamenti di Confucio – assai più popolare di Marx nella RPC – sono molto pazienti quando occorre esserlo e rispondono alle provocazioni solo se vi sono realmente costretti.
Con un personaggio come Trump, tuttavia, anche Confucio potrebbe non bastare, soprattutto se il magnate insisterà sull’ipotesi di un’azione unilaterale americana contro Pyongyang. E non si capisce in cosa potrebbe consistere tale azione: forse un attacco diretto agli impianti nucleari nord coreani? E’ ovvio che Kim Jong-un non piace nemmeno ai cinesi, che hanno già tentato di affiancargli, senza successo, personaggi fedeli a Pechino. In realtà la situazione è molto complicata e un atteggiamento minaccioso potrebbe addirittura rendere il giovane dittatore ancora più pericoloso. Senza scordare che, per la leadership cinese, la Corea del Nord è comunque essenziale dal punto di vista strategico.

Molte sono le ipotesi avanzate circa il faccia a faccia tra Xi e “the Donald”, non ultima quella di grandi investimenti della RPC negli Stati Uniti al fine di solleticare il fiuto trumpiano per i grandi affari. Il problema è che i cinesi sono abituati ad agire in modo razionale e con una strategia precisa sempre in mente. L’attuale presidente Usa, invece, sembra ancora prigioniero del grande successo che ha avuto nei suoi reality show, forse pensando che tra fiction e realtà non vi siano poi grandi differenze.
Purtroppo ci sono, come tutti sappiamo, e si spera che il capo della prima superpotenza globale alla fine se ne renderà conto. Va detto, tuttavia, che la scelta del team di collaboratori, finora, non è stata felice. Non tanto perché sono di destra, ma perché rivelano una certa incompetenza di fondo. Vedremo se Xi Jinping riuscirà a venirne a capo. Da Trump, in fondo, ci si può aspettare di tutto. Anche che la vituperata Cina diventi all’improvviso un alleato privilegiato degli Stati Uniti d’America.

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