domenica 19 novembre 2017

Libia, patto con le tribù per sigillare i deserti a sud

Un vero e proprio trattato tra i capi delle tribù, delle kabile libiche Tebu, Suleyman e Tuareg, l’accordo tra di loro e l’Italia mediatrice e garante. Il ‘capo tribù’ che rappresentava l’Italia in quel salone enorme del Viminale, Marco Minniti, ministro degli interni e sopratutto, ex responsabile politico delle spie.

Un accordo di pace tra le tribù, tra i popoli del Fezzan, siglato in un clima top secret. Tebu, Suleman,Tuareg. Per noi lettori di antichi fumetti e libri d’avventura, sono questi ultimi, i tuareg, gli ‘Uomini blu’ a suscitare ricordi e attenzione. Dalla memorie al futuro, saranno d’ora in avanti loro, gli uomini del deserto che, finalmente alleati, torneranno a vigilare lungo i 5 mila chilometri al confine con Ciad, Algeria e Nigeria.
Non solo il controllo delle coste libiche, ma anche quello a Sud del Paese, per frenare l’ondata migratoria dall’Africa verso le coste italiane.
Per presidiare i confini della Libia meridionale, strategica la pace nel Fezzan, nel cuore del deserto del Sahara. Il patto tra le tribù Tebu e Suleyman alla presenza dei capi dei nomadi Tuareg e del vice premier libico Ahmed Maitig. Capo della tribù ospite, il ministro Marco Minniti. Nell’ombra altri personaggi che non gradiscono comparire.

Mediazione lunga e complessa, non sotto l’ombra di una palma da datteri in un’oasi del deserto, ma nel suk romano. Mesi di incontri a Roma dei singoli capi tribù per ascoltare le ragioni di ciascuno. Poi, passo dopo passo, le proposte ai madiazione, i piccoli passi avanti sulla strada dell’accordo. La diplomazia del deserto basata sulla fiducia e sulla mediazione personale.
Regole e codici tradizionali, e anche soldi, li metterà l’Italia, operativa da adesso in poi anche sul fronte libico meridionale.
Lo stop alla guerra tra le tribù Tebu e Suleyman – che solo negli ultimi anni ha provocato 500 morti – segna una svolta sul fronte immigrazione sia per l’Italia, sia per gli altri Paesi europei. «Sigillare la frontiera a Sud della Libia significa sigillare la frontiera a Sud dell’Europa», vanta legittimamente Minniti.
Una guardia di frontiera libica per sorvegliare i confini Sud della Libia, 5000 chilometri di confine con Ciad, Algeria e Nigeria, mentre a Nord, contro gli scafisti sarà operativa la guardia costiera libica, addestrata sempre da noi italiani, che dal 30 aprile sarà dotata di 10 motovedette che sempre noi stiamo finendo di ristrutturare.

Decisamente curioso il racconto dell’insolito vertice sulla Stampa. Sessanta capi clan, chi in abiti occidentali, chi con la lunga tunica, il turbante e la ‘tagelmust’, la sciarpa bianca a coprire il volto- a discutere per 72 ore, al secondo piano del ministero dell’Interno, intorno a un enorme tavolo. Protagonisti principali i capi degli Awlad Suleyman e i Tebu, ma c’erano anche i leader Tuareg.
Formidabili i dettagli. Per i Tebu è intervenuto il sultano Zilawi Minah Salah, per i Suleiman il generale Senussi Omar Massaoud mentre per i Tuareg, Sheikh Abu Bakr Al Faqwi.
Compromesso atteso, sperato. La riconciliazione tra i Tebu e i Suleyman permetterà alle due tribù di unire le forze per contrastare la criminalità, il terrorismo e lo jihadismo. Non va infatti dimenticato Con Isis ormai sulla difensiva in Iraq e Siria, diventa prioritario proteggere l’area del Mediterraneo dalla fuga dei foreign fighters.

Pace senza protocolli è pace credibile?
«Per noi che siamo beduini, gli accordi sono un fatto di sangue» hanno detto i capi tribù salutando il ministro Minniti.
«Io sono calabrese, e anche per la regione da cui provengo conta il sangue», replica il ministro.
Libia e meridionalità assieme per segrete mediazioni.

QUEL SUD DELLA LIBIA DOVE TUTTO PASSA

Territorio delle tribù Tebu, di qua e di là del confine col Niger. Loro, i Tebu, conoscono bene tutte le strade dei contrabbandieri e dei trafficanti di uomini. L’estremo Sud del Fezzan, sbocco naturale per le colonne di migranti che dal Sahel risalgono verso la Libia.
Sono carovane di camion stracarichi, anche 70-80 alla volta, che partono da Agadez, la più importante città nel Nord del Niger, e arrivano fino a Dirku, l’ultima cittadina prima del confine. Poi, di lì cercano di passare in Libia, raggiungere Sebha, attraversare il deserto libico fino alla costa. É il Fezzan, una regione grande quanto la Francia, porta di accesso per l’Europa. Il Fezzan, dopo la caduta di Gheddafi, è tornato regno assoluto delle tribù.

I ‘Neri del deserto’
I Tebu, di etnia e lingua africani, spesso apostrofati come «mori» dai libici della costa, controllano la parte meridionale, alle frontiere con Niger e Ciad. Sono «neri del deserto», sparsi fino al Sudan e al Darfur, guerrieri coraggiosissimi che spesso combattono al soldo di milizie arabe. Nella lotta per il potere nel Fezzan, dopo l’uccisione di Gheddafi, hanno alla fine scelto di stare con Al-Sarraj. È un punto importante, conquistato anche nella battaglia di Sirte contro l’Isis, quando piccole milizie Tebu hanno combattuto al fianco di quelle di Misurata alleate di Al-Sarraj. Ora i Tebu, il «popolo delle rocce», sono la chiave per chiudere il confine con il Niger e il Ciad.

Tuareg, gli ‘uomini blu’
L’altra sono i Tuareg. Altra popolazione non araba. Berberi, «navigatori del deserto». Come i Tebu non conoscono frontiere, sanno come attraversarle e quindi anche come sigillarle. In Libia, la loro roccaforte è la zona di Ghat, dove lo scorso settembre erano stati rapiti Danilo Calonego e Bruno Cacace, poi rilasciati anche grazie all’aiuto delle tribù berbere. Ghat è un crocevia di traffici e terrorismo. Al-Qaeda nel Maghreb islamico, Aqmi, si è impiantata nelle montagne, ha cercato alleanze, si è inserita nei traffici e si è espansa soprattutto durante gli scontri fra Tuareg e Tebu per il controllo della cittadina di Ubari, nel 2015.

Tuareg con Gheddafi
I Tuareg hanno avuto un rapporto privilegiato con Tripoli, a scapito dei Tebu, durante l’intervento libico in Ciad negli anni Ottanta, allora su fronti opposti. Nel novembre del 2015, con la mediazione del Qatar, i Tuareg con i Tebu a sostegno del governo di Al-Sarraj. L’accordo ha permesso all’attuale premier di prevalere nel Sud del Fezzan, ma Haftar ha cercato subito di avere il sopravvento nel Nord, verso Sebha, il capoluogo. Il generale ha trovato un forte alleato negli Al-Qadhadhfa che da Sirte, città natale di Ghedaffi, si sono spostati negli scorsi decenni verso il Fezzan. Tribù contro tribù, o kabila, se preferite, come da sempre in quei territori accade.

La guerra della scimmietta
Esempio la tribù degli Awlad Sulaiman, i figli di Solimano, beduini, arabi nomadi del deserto, ostili a Gheddafi fin dalla sua presa del potere. La rivalità con gli Al-Qadhadhfa è scoppiata lo scorso novembre per il «caso della scimmietta», quando una bertuccia di un commerciante ha strappato il velo a una ragazza Awlad. Un pretesto per scatenare la guerra per il controllo di Sebha. Ora, con gli accordi di Roma, gli Awlad Sulaiman hanno due potentissimi alleati nei Tuareg e nei Tebu e possono contrastare gli aiuti che arrivano dal generale Haftar agli Al-Qadhadhfa. La battaglia nel Fezzan non è solo per il controllo delle frontiere. É per il controllo della Libia.

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