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sabato 7 Dicembre 2019

Libia, basi militari Usa e Russia. Italia rischio fuorigioco

Il Pentagono manterrà truppe di terra a sud di Sirte per stanare le ultime sacche di resistenza di ISIS. Forte dell’appoggio al generale Haftar, Mosca potrebbe invece ottenere in tempi brevi un presidio militare sul Mediterraneo.
E l’Italia in questo pasticcio? Italia e Russia, in Libia interessi contrapposti. E i sospetti di trame in casa.

La Libia che afferma di non volere presenze militari straniere, in casa, salvo invito, sembra diventata una sorta di caserma delle Nazioni Unite. Gente in divisa avanti e indietro. Tanti, troppi, i militari presenti, (italiani compresi, anche se vestiti da Servizi segreti Aise), ma soprattutto quelli di Stati Uniti e Russia. Il generale Thomas Waldhauser, capo dello US Africa Command, il 24 marzo ha annunciato al mondo che gli USA manterranno truppe di terra in Libia per eliminare le ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico annidate a sud di Sirte. Secondo il Pentagono, i miliziani Isis sarebbero circa 200. Un anno fa dicevano fossero 6mila.

Oltre l’obiettivo dichiarato, Isis, il Pentagono punta a creare una sua base operativa attraverso cui monitorare i movimenti dei gruppi islamici attivi tra il Sahel e l’Africa sub-sahariana. Ma non solo. Presenza stabile Usa in Libia anche per rispondere e compensare la progressiva estensione della Russia nell’area. Coinvolgimento politico ma soprattutto militare di Mosca in Libia. Sempre il generale Usa Waldhauser: «Sappiamo che agenti russi sono sul terreno in Libia», «osserviamo cosa fanno con grande preoccupazione». La base egiziana di Sidi Barrani, a circa 100 km dalla Libia.

Finora dalla Russia solo smentite, mentre dalla Cirenaica -partita interna libica- qualcosa invece si ammette, o almeno si lascia intendere. Il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk ha confermato che l’esecutivo ha chiesto aiuto al governo russo per l’addestramento dei soldati del Libyan National Army e per la riparazione dei mezzi militari del generale Hafar. Mohamed Manfour, comandante della base aerea di Benina vicino a Bengasi -precisa Rocco Bellantone su LookOut– ha invece negato sia che le forze ai suoi ordini abbiano ricevuto assistenza militare dalla Russia, sia l’esistenza di forze militari e basi russe nella Libia orientale.

Che la presenza sul Mediterraneo sia strategica per la Russia è ovvio. Obiettivo in parte raggiunto con il controllo delle basi di Tartus e Latakia in Siria. Ma con la Libia Mosca, allora Unione sovietica, già trattava dai tempi di Gheddafi. Nel 2008 era a Mosca l’allora Rais, a trattare per armi e cooperazione in cambio di una base nell’area di Bengasi. Caduto Gheddafi, sempre a Mosca abbiamo visto nel novembre scorso, Haftar. Durante la sua visita sulla portaerei russa Kuznetsov a metà gennaio, Haftar avrebbe trovato un accordo di massima per la costruzione di due basi militari russe nei pressi di Tobruk e a Bengasi.

L’Italia in questo pasticcio?

Il governo italiano, a differenza di quello russo, non appoggia il generale Haftar ma il governo di unità nazionale guidato da Serraj insediato a Tripoli. La Libia non è un paese qualsiasi per l’Italia. Colonia italiana tra il 1912 e il 1942, durante la Guerra fredda i governi italiani democristiani mantennero relazioni strette con la Libia, nonostante Gheddafi fosse accusato di tutto. Negli ultimi anni, dopo l’uccisione di Gheddafi, l’Italia ha avuto un ruolo centrale nei tentativi ONU di pacificare la Libia ed è stata il primo paese a riaprire l’ambasciata a Tripoli dopo la fine della guerra. Gli ultimi due governi Pd, Renzi e Gentiloni, sono stati i principali promotori e sostenitori del governo di Serraj.

L’ENI, prima della guerra estraeva da sola circa il 10 per cento di tutto il petrolio prodotto in Libia. Un governo solido in Libia non andrebbe a beneficio solo dell’ENI, ma sarebbe anche un passo decisivo nella gestione dei flussi migratori verso l’Italia. Il governo italiano a febbraio ha concluso un accordo con Serraj per il controllo del flusso migratorio. Il problema è che se non c’è un governo stabile, come nel caso del governo di unità nazionale libico di Serraj, l’accordo non potrà mai funzionare e l’Italia continuerà a non risolvere il problema. Serraj sembra essere una scommessa persa. Da quando si è insediato a Tripoli non è mai riuscito a ottenere la legittimazione interna per governare.

Ed è anche polemica politica interna italiana. Nelle ultime settimane è emersa una vicenda che ha coinvolto Angelo Tofalo, esponente del Movimento 5 Stelle e membro del Copasir, l’organo parlamentare che controlla i servizi segreti. Sulla vicenda sta indagando la magistratura. Storia di incontri segreti a Istanbul con esponenti libici e presunti trafficanti di armi. Tofalo avrebbe poi cercato di organizzare a Roma un incontro tra i vertici del suo partito e alcuni libici che in Libia si stanno muovendo contro Serraj. Il Movimento 5 Stelle troppo amico della Russia di Putin? Posizioni condivise anche dalla Lega Nord che ha firmato un accordo di cooperazione con Russia Unita, il partito di Putin.

E la nuova amministrazione americana? Barack Obama aveva appoggiato/sollecitato gli sforzi dell’Italia di sostenere Serraj. Cosa farà Trump non si è ancora capito. Varranno le dichiarazioni di amicizia alla Russia di Putin fatte in campagna elettorale? Per il momento sembra che gli Stati Uniti siano solo intenzionati ad aumentare la loro attuale presenza in Libia. Cambi radicali di strategia non in vista a breve. Salvo che Serraj non perda il controllo di Tripoli, cosa che potrebbe anche accadere, prevedono/temono in molti. Allora il governo italiano dovrebbe ripensare alla sua strategia e la Russia potrebbe avere molti più spazi per promuovere Haftar come nuovo capo legittimo della Libia.

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